lunedì, agosto 28, 2006

LA STORIA SIAMO NOI

Non troveremo né uno scopo a livello nazionale né soddisfazione personale nella mera continuazione del progresso economico, nell'accumulare a non finire beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale basandoci sul Dow Jones, né i risultati della nazione basandoci sul Prodotto interno lordo.
Perché del Prodotto interno lordo fa parte l'inquinamento dell'aria, fanno parte le ambulanze che liberano le nostre autostrade dopo ogni carneficina. Fanno parte le serrature speciali per le porte delle nostre case e le celle per coloro che le scassinano. Il Prodotto interno lordo comprende la distruzione delle sequoie e la morte del Lago Superiore. Aumenta con la produzione di napalm e missili e testate nucleari... Include... la trasmissione di programmi televisivi che, per vendere merci ai nostri figli, glorificano la violenza.
E se il Prodotto interno lordo comprende tutto ciò, c'è anche molto che non comprende.
Non rende conto della salute dei nostri cari, della qualità della loro istruzione, del loro piacere di giocare. E'indifferente al carattere dignitoso delle nostre fabbriche come alla sicurezza delle nostre strade. Non include la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l'intelligenza del nostro dibattito pubblico o l'integrità dei nostri pubblici funzionari...
Il Prodotto interno lordo non misura né la nostra intelligenza né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra erudizione, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, insomma, tranne ciò che dà valore alla vita, e può dirci tutto sull'America, tranne se siamo fieri di essere americani.


(Discorso del Presidente Robert F. Kennedy per la campagna elettorale del 1968 - riportato dal Sole24Ore del 27 agosto 2006)

venerdì, agosto 25, 2006

IL DIRITTO AI BISOGNI

















SETTIMANA MONDIALE DELL'ACQUA - Stoccolma 20-26 agosto

Nei momenti in cui siamo lì, in bilico davanti al lavandino del bagno con la bocca piena di dentifricio, mentre il rubinetto aperto al massimo rumoreggia in attesa del risciacquo finale; o mentre laviamo i piatti e nel frattempo cuciniamo, stiriamo, guardiamo la tv, beviamo una birretta ghiacciata, lasciando che fiumi d'acqua, magari calda o tiepidina, scorrano liberamente per evitare di dover continuamente chiudere e aprire mentre sbrighiamo le incombenze di cui sopra; in tutti questi momenti e in tanti altri ancora che mi riesce difficile indicare...pensiamoci: l'accesso all'acqua, per tutti e per ciascuno degli abitanti della terra, è un diritto o un bisogno? E in fondo, lo sappiamo già, non fa nessuna differenza, perchè qualsiasi sia la risposta più auspicabile, la domanda fondamentale è un'altra. La sproporzione nell'accesso è un problema a cui possiamo dare una soluzione credibile nel breve periodo?

Per saperne di più: POPOLIS
Foto di Mike Goldwater

lunedì, agosto 21, 2006

QUANTE GUERNICA ANCORA?












(Pablo Picasso Guernica)

Guernica è il nome di una cittadina spagnola che ha un triste primato. È stata la prima città in assoluto ad aver subìto un bombardamento aereo. Ciò avvenne la sera del 26 aprile del 1937 ad opera dell’aviazione militare tedesca. L’operazione fu decisa con freddo cinismo dai comandi militari nazisti semplicemente come esperimento. Tuttavia la cittadina di Guernica non era teatro di azioni belliche, così che la furia distruttrice del primo bombardamento aereo della storia si abbatté sulla popolazione civile uccidendo soprattutto donne e bambini.

Ma Guernica è anche l'unico quadro storico del nostro secolo. È tale non perché rappresenta un fatto storico, ma perché è un fatto storico. È il primo, deciso intervento della cultura nella lotta politica: alla reazione, che si esprime distruggendo, la cultura democratica risponde per mano di Picasso, creando un capolavoro. Picasso non mira a denunciare un misfatto ed a suscitare sdegno e pietà, ma a rendere presente il misfatto nella coscienza del mondo civile, costringendolo a sentirsi corresponsabile, a reagire. La visione di Guernica è la visione della morte in atto: il pittore non assiste al fatto con terrore e pietà, ma è dentro il fatto, non commemora o commisera le vittime, ma è tra 1e vittime. Con lui muore una civiltà il cui scopo era la conoscenza, l'intelligenza piena della natura e della storia. L'Europa non è la libertà e la pace, ma la guerra. Durante l'occupazione tedesca di Parigi, ad alcuni critici che gli parleranno di Guernica, Picasso risponderà amaramente: "non l'ho fatta io, l'avete fatta voi". (Analisi dell'opera tratta da: G. C. Argan, L’Arte moderna , Sansoni, 1970).

E oggi, quante Guernica dovremmo impegnarci a dipingere ancora?

giovedì, agosto 17, 2006

lunedì, agosto 14, 2006

...UN IMMEDIATO ACCORDO PER IL CESSATE IL FUOCO

I personaggi dei suoi libri sono piegati dal dolore. La loro disperazione è in qualche modo influenzata dalla situazione che state vivendo?
Ogni scrittore inevitabilmente risente della sofferenza che ha intorno. Anche i miei personaggi partecipano al mio tormento, ma mi rifiuto di ridurre ogni mia storia a una metafora politica. Protesto in nome dei miei personaggi ai quali viene tolta la loro verità psicologica. Spesso mi hanno chiesto perché gli amori che racconto sono sempre infelici. Potrei rispondere citando Brassens: "Il n'y a pas d'amours heureux". E questo perché, man mano che si stringe un rapporto, ci consegniamo all'altro, ci mettiamo a nudo e gli cediamo la nostra parte più nascosta. Questo è spesso doloroso. Mi guardo attorno e nelle storie che vedo o che io stesso ho sperimentato, trovo molta sofferenza. E' difficile conservare la serenità al di là della superficie. Ma devo confessare che, stranamente, raccontare queste storie, rende la mia vita più serena. Scrivere del dolore degli altri è come farmi sentire che in quella situazione io non ci sono più: l'ho superata.


(Tratto da un'intervista di Anna Folli a David Grossman, per Golem)

David Grossman è uno dei principali scrittori istraeliani contemporanei, pacifista convinto è stato uno dei più strenui sostenitori del dialogo e della convivenza. Ieri suo figlio Uri è stata una delle ultime vittime in Libano tra i soldati istraeliani prima della proclamazione del cessate il fuoco. Silenzio per lui ora e un augurio commosso: che ora che il dolore è così intimamente suo, sappia trovare un seme in tanta sofferenza, per continuare a scrivere, parole di pace.

L’ORO VERDE CHE FECE L’IMPERO

Nata nel 1600 grazie al cospicuo contributo della regina Elisabetta I, la Compagnia delle Indie Inglesi è di fatto la prima multinazionale del mondo moderno, che trovò nel tè e nei tessuti la ragione della sua lunga e gloriosa esistenza. Nel 1613, la East Indian Company si trasforma in Società per Azioni e per tutto il Seicento e Settecento le sue azioni costituiscono l’investimento più redditizio per i mercati inglesi, con un dividendo annuo medio del 22%. Figlio del suo tempo e di un intuito lungimirante, Mr. Richard Twining decise in un non precisato giorno del 1787 di registrare col suo nome anche il tè che vendeva, dando inconsapevolmente vita al logo commerciale più antico del mondo. Candidato ideale al ruolo di protagonista nella storia dell’evoluzione del capitalismo mondiale, la fortuna del tè nella società britannica coincide con quella della Compagnia delle Indie. Nel momento del suo massimo splendore, il dazio che la Compagnia imponeva sul tè rappresentava il 10% delle entrate dello Stato. Fu proprio il suo potere economico a consentire alla Compagnia di essere formalmente riconosciuta dal governo inglese come l’amministratore dell’intero territorio del Bengala, contro l’esimio parere di un personaggio come Adam Smith, padre del libero mercato e proprio per questo contrario alla concessione di tanti privilegi in seno ad una sola impresa.
Ma la storia racconta anche di declini: il futuro sarebbe di lì a poco stato l’America e non l’umido Sud-Est Asiatico. L’India sarebbe rimasta il maggior produttore di spezie, ma i prodotti coloniali non avrebbero mai più raggiunto quei margini così allettanti che avevano spinto a suo tempo i portoghesi verso le rotte dell’Est. In ogni caso, era stato ormai impresso un marchio nella cultura britannica, che si sarebbe rivelato indelebile: quando nel 1858 la Compagnia delle Indie fu sciolta, il tè era già diventato bevanda nazionale e Twinings il suo veicolo più conosciuto in tutto il mondo. Appuntamento immancabile delle 5 di tutti i pomeriggi british da lì in futuro.

(Liberamente reinterpretato da, “Il sapore speziato del commercio”, Stefano Salis, Sole24Ore del 30 luglio 2006)
Fonte foto

venerdì, agosto 11, 2006

LA MATEMATICA DEI FIAMMIFERI

Un fumatore qualunque, magari in un attimo di riposo, seduto comodamente ad osservare i riccioli di fumo elegantemente espulso nel tentativo di realizzare finalmente la spirale perfetta, si è mai domandato quanti alberi può bruciare nella sua vita sotto forma di fiammiferi o dell’impatto climatico che potrebbe avere il butano consumato sotto forma di accendini usa e getta?
Quesito bizzarro, ma come sempre anche a questo esiste una risposta ed è fondamentalmente questione di matematica. Iniziamo dalle stime dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), secondo le quali la sommatoria dei fumatori mondiali consuma giornalmente 15 miliardi di sigarette. Mentre dalla Swedish Match veniamo a sapere che da un singolo pioppo di taglia media si possono ricavare circa 1 milione di fiammiferi. Facendo due calcoli e supponendo che tutte le sigarette di cui sopra vengano accese utilizzando i fiammiferi di cui sotto, ogni giorno se ne andrebbero in fumo circa 15mila alberi.
Visti i volumi, le fabbriche di fiammiferi dovrebbero avere un gran bel da fare, tanto che secondo stime delle Nazioni Unite l’industria dei fiammiferi in India dà lavoro a 250 mila persone. Peccato che l’India sia un paese extraeuropeo, dove non valgono le rivendicazioni sindacali che dal lontano 1888 valsero agli operai addetti alla produzione di fiammiferi negli stabilimenti di Londra, migliori condizioni e rispetto dei loro diritti. Giusto poco tempo fa, la BBC denunciava in un suo documentario lo sfruttamento dei bambini minori di 5 anni nel Tamil Nadu - sempre India - costretti a lavorare 16 ore al giorno, immergendo stecchetti di legno in vasche di zolfo rovente per due dollari alla settimana...

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giovedì, agosto 10, 2006

Please, Mr. Auden, tell me the truth...

(...) When it comes, will it come without warning,
Just as I'm picking my nose?
Will it knock on my door in the morning,
Or tread in the bus on my toes?
Will it come like a change in the weather?
Will its greeting be courteous or rough?
Will it alter my life altogether?
O tell me the truth about love.


(William H. Auden)

martedì, agosto 08, 2006

LE COSE CHE SI SCOPRONO....

...CHIACCHIERANDO DAVANTI A UNA FETTA DI ANGURIA...CORRETTA...

Il dubbio amletico di questa settimana è stato: ma la Vodka, con cosa si fa?

'La Vodka può essere distillata da tutte le piante ricche zucchero; molte vodke oggi sono prodotte dai grani come la segale (se derivate da questo cereale, vengono considerate superiori rispetto a tutte le altre). In alcuni paesi dell'Europa centrale, alcune vodke sono prodotte dalla fermentazione di cristalli di zucchero e sali distillando tutto questo dopo alcune settimane. La Vodka, oggi, viene prodotta in tutto il mondo (vedi i tipi di vodka). Prima di aggiungere qualsiasi sapore alla vodka, viene prima filtrata il più possibile utilizzando, la maggior parte delle volte, dei filtri al carbone. L'obiettivo è eliminare qualsiasi impurità lasciando così alcool e acqua le uniche componenti del liquido. È interessante sapere che la vodka viene chiamata, nelle località dove si presume sia nata, con parole la cui radice significa "bruciare".' (da Wikipedia)

Bruciare? Ma no, dicono basti mangiarci dietro molliche di pane. Assorbono, e vai che è un piacere...

PS: sapevo che le reazioni non si sarebbero fatte attendere...un mio fidatissimo esperto settoriale ci ha tenuto a sottolineare che: "Caspita...un articolo sulla wodka e nn vengo interpellato come esperto??? Si dice anke che sia l'unico alcolico a nn far ingrassare (qsta xo' forse è una leggenda), e che sia anke l'unico che non lascia residui di odore nell'alito.....almeno nella versione non aromatizzata (che è anche la migliore secondo il mio modestissimo parere......), così da poter essere utilizzata senza farsi beccare da genitori, capo, morose ecc.ecc.ecc........". Qualcun altro?

lunedì, agosto 07, 2006

I CAMPIONI DEL MULTITASKING

“Sapete cos’è? Il nome glielo hanno dato gli americani: nella sua accezione più ampia definisce il fenomeno per cui vostro figlio, giocando al game boy, mangia la frittata, telefona alla nonna, segue un cartone alla televisione, accarezza il cane con un piede, e fischietta il motivetto di Vodafone. Qualche anno e si trasformerà in questo: fa i compiti mentre chatta al computer, sente l’I-pod, manda sms, cerca in Google l’indirizzo di una pizzeria e palleggia con una palletta di gomma. Le università americane sono piene di studiosi che stanno cercando di capire se sono dei geni o dei fessi che si stanno bruciando il cervello.”

A sommi capi è così che A. Baricco riassume il vorticoso fenomeno che sta caratterizzando la società contemporanea, sempre più alle prese con due elementi ormai vitali per la sopravvivenza nel mercato (economico e relazionale): quante cose si sanno fare e in quanto tempo siamo capaci di farle. Se ci pensate bene è un fenomeno che ci coinvolge tutti: da un certo punto in poi della nostra vita il tempo a disposizione sembra essersi accartocciato, le cose da fare aumentano, insieme agli scatoloni dei buoni propositi rigorosamente ammonticchiati in cantina, in attesa del momento giusto. E’ il giorno che ci guardiamo allo specchio con più attenzione per ricordarci che non siamo più quelli di una volta, e come in un riflesso incondizionato iniziamo a spronarci mentalmente: ma su, forza, puoi far di più!!. Se siamo già arrivati a quel punto, allora saremo già dietro ad un treno in corsa e sarà difficile fermarsi un attimo a riflettere sul fatto che il tempo, che in se è una concezione del tutto soggettiva, sta sempre lì, a nostra disposizione. Non è lui a scappare ma siamo noi ad averne intasato il flusso, riempiendolo di attività, nozioni, possibilità infinite (la maggior parte delle quali, superflue). E siccome tutto dentro proprio non ci sta, dobbiamo fare qualcosa di alternativo per fregarlo, appunto, sul tempo: metterci a correre. Ma in tutta questa trasformazione - che certo i nostri nonni, già abbastanza perplessi dai PC e dai telefonini, erano ben lungi dallo sperimentare - cosa perdiamo e cosa guadagniamo di noi stessi?

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VIAGGIARE, PERDERE PAESI...


Viajar! Perder países!
Ser outro constantemente,
Por a alma não ter raízes
De viver de ver somente!
Não pertencer nem a mim!
Ir em frente, ir a seguir
A ausência de ter um fim,
E a ânsia de o conseguir!

Viajar assim é viagem.
Mas faço-o sem ter de meu
Mais que o sonho da passagem.
O resto é só terra e céu.

Fernando Pessoa, Viaggiare! Perdere Paesi! dal Cancioneiro

martedì, luglio 25, 2006

LE PAGLIUZZE NEGLI OCCHI DEI GIGANTI...

William Easterly, 'The White Man's Burden - Why the West's efforts to aid the rest have done so much ill and so little good' (Il fardello dell'uomo bianco - Perché i tentativi dell'Occidente di aiutare il resto del mondo hanno prodotto così tanto male e così poco bene).
"L'Occidente ha già speso 2.300 miliardi di dollari per gli aiuti umanitari negli ultimi cinquant'anni, e ancora non è riuscito a far avere a tutti i bambini medicine dal costo di 12 centesimi per prevenire le morti per malaria. L'Occidente ha speso 2.300 miliardi e non è ancora riuscito a far avere reti per il letto dal costo di 4 dollari alle famiglie povere. L'Occidente ha speso 2.300 miliardi e non è ancora riuscito a far avere alle madri tre dollari a testa per prevenire la morte di cinque milioni di bambini. E' una tragedia che così tanta compassione non porti neanche questi risultati minimi per chi ne avrebbe bisogno". A dirlo è W. Easterly, professore alla New York University e per 16 anni 'reseach economist' della Banca Mondiale. Il libro non l'ho ancora letto, ma anche volendo glissare sul titolo, il sottotitolo è inequivocabile, per non parlare del putiferio di polemiche in casa ONU che tale prof. ha scatenato con la sua azzardata pubblicazione. Come sparare sulla croce rossa? Mah...è che a volte anche i giganti dovrebbero avere l'umiltà di piegarsi di fronte ai loro limiti e al proposito riporto la brillante conclusione di Pablo Ayo, giornalista del New Time Magazine che cita Eastely nel suo articolo, dicendo: "Forse, prima di dare il via a qualche altra discutibile ‘Missione di Pace’ sponsorizzata dall’ONU, allo scopo di sgombrare il campo da pericolosi “Stati Canaglia”, gli Stati Uniti dovrebbero cercare di togliere dall’occhio dell’aquila americana la biblica trave. Alle pagliuzze altrui, come è sempre stato, baderà chi ha ancora gli occhi per vedere come stanno realmente le cose".

CHE MISURA PER LA FELICITA'?

A Londra - e dove se non lì..?- è nata la NEF (New Economy Fundation) , un gruppo d'opinione indipendente che crede "in un'economia che funziona come se la gente e l'ambiente contassero davvero". Il suo lavoro consiste infatti nella promozione di alternative innovative ai classici misuratori economici (come il Pil), capaci di analizzare da un'altra angolatura - più precisa ed esaustiva - concetti quali 'progresso' o 'ricchezza/povertà' della nazioni. L'ultima iniziativa della NEF è l'Happy Planet Index , un Indice a dir poco orginale che mette a confronto le risorse utilizzate da un dato Paese con l'aspettativa di vita e la felicità dei suoi abitanti. L'auspicio della NEF è che l'Hpi mostri ai governi di tutto il mondo come aggiustare le proprie politiche di sviluppo, rispetto agli indicatori e agli obiettivi di progresso.(Fonte della news: Anna!!!)

Se vi restano ancora dei dubbi provate a vedere che posto occupa l'Italia nella classifica della felicità...eh già...

lunedì, luglio 24, 2006

UN INDOVINO MI DISSE

Nella primavera del 1976, a Hong Kong, un vecchio indovino cinese avverte Tiziano Terzani: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell'anno non volare. Non volare mai».
Arrivato il 1993, è più l’intuizione del giornalista che la superstizione dell’uomo a fargli prendere la decisione di non prendere davvero più aerei, senza per questo rinunciare al suo mestiere di corrispondente. Per 13 emozionantissimi mesi, sposandosi in treno, in nave, in macchina e a volte anche a piedi, Terzani attraversa le strade di un’Asia inedita, che no solo gli apre gli occhi sulla vera natura di quel viaggio, ma ci fa anche pensare alla nostra quasi sempre monca versione di viaggiatori. “Spostarsi non è stato più questione di ore ma di giorni, di settimane. Per non fare errori, prima di mettermi in viaggio, ho dovuto guardare bene le carte, rimettermi a studiare la geografia. Le montagne sono tornate ad essere possibili ostacoli sul mio cammino e non più delle belle, irrilevanti rifiniture in un paesaggio visto da un oblò. Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, m’ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto m’ha fatto riscoprire un’umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l’esistenza: l’umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa.” (Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, pag. 12)

Ho scoperto questo libro, e Terzani, che avevo quasi vent’anni, tra gli scaffali della mia coinquilina all’università e sarà stata suggestione ma alla fine ho pensato che anche quello era un segno del destino. Sfogliare le sue pagine è entrare in Asia dalla porta sul retro, quelle porte piccole che ti permettono di avere accesso a tutti i dettagli di ciò che avviene sulla scena principale. Dell’Asia Terzani trasmette la maestosa diversità dei suoi infiniti componenti, il fascino e gli orrori della storia, la peculiarità del territorio e delle sue genti, con l’occhio del giornalista e il cuore di un viaggiatore. E allora bisogna leggere i suoi libri con la stessa attitudine con cui ci si appresta ad affrontare un nuovo viaggio, con tutta la curiosità di cui sono capaci due occhi ancora intonsi.

giovedì, luglio 20, 2006

I BELIEVE IN A BETTER WAY


BEN HARPER - 17 luglio, Arena di Verona

Catapultata nei gradoni più alti del surreale scenario dell'arena di Verona - che alle 9 di sera ancora sudava tutto il cocente calore del giorno - in totale sintonia con una folla entusiasta e compatta, il mio battesimo all'arena non poteva essere migliore...due ore dove si sono azzerati i sensi e tutto il resto, intorno e dentro, è stato solo musica...

martedì, luglio 18, 2006

MEDIO ORIENTE, GOOD NIGHT

Scende di nuovo la notte sul Medio Oriente, una notte che non è più intervallata da momenti di luce, come se per una parte piccolissima ma tanto importate del mondo fosse improvvisamente scomparso il sole e nessuno se ne fosse accorto. I fuochi fatui dei negoziati eterni si sono interrotti, in che momento esattamente nessuno può dirlo, è troppo tempo che la guerra sotterranea inquina i rapporti tra israeliani e palestinesi, difficile dire chi abbia sferrato il primo colpo, impossibile discernere ormai l’intreccio delicatissimo tra diritti e responsabilità.
Le testate di tutto il mondo che fino a pochi giorni fa esibivano a lettere cubitali l’ultimo atto coraggioso del condottiero d’Israele - il ritiro da Gaza benedetto dalla comunità internazionale e osteggiato fino alla fine dei coloni israeliani abbarbicati alle mura cadenti delle loro ex-case – oggi si ritrovano a cambiare il vocabolario della pace con i consueti vocaboli del conflitto: soldati rapiti, escalation, Nuovi raid sul Libano. Razzi sul Neghev…Le notizie hanno una data di scadenza che coincide con i tempi presenti della realtà, ed è per noi così difficile conservare la memoria delle origini che oggi ci troviamo ad osservare distratti il riaccendersi della miccia mediorientale, come se, al tracciare una linea tra gli alti e i bassi degli ultimi 50 anni di storia, il quadro che ne esca sia di guerra permanente e allora, perché stupirsi oggi se il fuoco sul quale Sharon aveva gettato un mucchietto di terra sta di nuovo avvampando alto e potente?
Eppure, se ci fermassimo per un attimo dal nostro sfrenato agire quotidiano, ci ricorderemmo quello che parole inflazionate come globalizzazione possono significare: il mondo che diventa paese grazie alla mente illuminata del progresso, non può più permettersi di ignorare quello che accade nella porta accanto. Eppure, lo spirito di conservazione ci spinge a vivere il nostro limitato contorno come se fosse il centro di un mondo che inizia e finisce nel giardino di casa. Dalla mia generazione in avanti si è persa la memoria della guerra, i sessant’anni ininterrotti di pace vissuti soprattutto dall’Italia - per fortuna risparmiata dagli attentati terroristici che hanno insanguinato i vicini europei - hanno seminato in noi un meccanismo di inconscia invulnerabilità, dando per scontato che il nostro privilegiato stile di vita sia un diritto ormai acquisito e che c’è sempre qualcuno, al di sopra di noi, capace di preservarlo intatto, difendendolo dalle ripercussioni improvvise degli avvenimenti esterni. E forse il nostro inconscio non si sbagliava poi tanto…

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(Foto: Reuters, inviata da Chiara)

mercoledì, luglio 12, 2006

L'INFINITO



"(...) E come il vento odo stormir tra quelle piante, io quell'infinito silenzio a questa voce vo' comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e 'l suon di lei. Così tra questa infinità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare." (G.Leopardi, L'Infinito)

Foto: Monte Bianco, 3/7/06, Luigi e Ivan R. (grazie!!)

giovedì, luglio 06, 2006

CAPITALISMO...BIOLOGICO...?

Dopo aver tanto parlato di prodotti “geneticamente modificati”, quando ho letto le prime righe di questo articolo ho tirato un affrettato sospiro di sollievo, poi mi sono insospettita e alla fine della lettura mi è rimasto un solo punto di domanda: c’è rimasto da qualche parte nel mondo qualcosa di totalmente commestibile da ingurgitare? Lasciate perdere…domanda retorica…

Liberamente tratto da “When Wal-Mart Goes Organic”, by Michael Pollan, the New York Time Magazine, june 4, 2006. (Trasmesso, as usual, dalla mia inviata speciale Moki).

“Fino a qualche tempo fa mangiare ‘biologico’ era considerato un privilegio da élite, oggi non è più così, da quando Wal-Mart, la principale drogheria americana ha deciso di prendere il cibo biologico sul serio. A partire da quest’anno Wal-Mart prevede di immettere sul mercato tramite i suoi circa 4000 negozi, una selezione completa di alimenti organici. Ma il dato più significativo è che la compagnia ha assicurato che il prezzo di tali prodotti sarà superiore di un misero 10% rispetto al già economico prezzo delle controparti tradizionali. In questo modo prodotti biologici ad alto consumo, come i cereali, saranno presto alla portata dei 10 milioni di americani che fino ad ora non potevano permetterseli (e che in realtà non avevano neanche idea di cosa significasse il termine ‘organico’). Parlando in grande, per rispondere alla crescente domanda di Wal-Mart l’espansione delle coltivazioni biologiche sarà senza dubbio un beneficio per l’ambiente a livello globale, in quanto, da qualche parte, si tradurrà in una riduzione dell’uso di pesticidi e fertilizzanti: centinaia di ettari di mais non subiranno più la consueta doccia annuale di Atrazine, un potente erbicida applicato al 70% dei campi di mais americani. Tale agente chimico, recentemente bandito dall’Unione Europea, è sospettato di essere cancerogeno ed è stato ricollegato alla riduzione della fertilità tra gli agricoltori. (…)
Ma prima di brindare con un vaso di latte organico targato Wal-mart, bisognerebbe che ci ponessimo qualche domanda sul come tale impresa riesce a raggiungere i suoi lodevoli scopi. Assumendo che sia possibile, come esattamente Wal-Mart riesce a ridurre il prezzo dei suoi prodotti biologici a un livello solo del 10% superiore rispetto ai suoi prodotti tradizionali? Farlo garantirebbe virtualmente che la versione organica dei prodotti alimentari Wal-Mart non sia sostenibile, nel senso globale del termine. Abbiamo già visto cosa succede quando la logica dell’impresa agricola è applicata alla produzione biologica. Per rispondere a una domanda crescente di latte biologico a prezzo abbordabile, le compagnie agroalimentari stanno allestendo circa 5000 fattorie per la produzione del latte, spesso nel deserto. Quelle mucche da latte non toccheranno mai un filo d’erba, ma passeranno tutto il giorno a masticare mangime organico in spazi d’azione per forza di cose ristretti, mangimi che avranno effetti sia sulla salute delle mucche (questi ruminanti non sono forse nati per ruminare, appunto, erba?), che sul valore nutritivo del latte. Bhè, sicuramente vedremo latte così prodotto sempre più spesso sugli scaffali dei supermercati, una volta che Wal-Mart avrà deciso di mantenere basso il prezzo del latte organico. Ma vedremo anche sempre più latte organico prodotto in nuova Zelanda. La globalizzazione del cibo organico è già in atto: nei grandi magazzini Whole Foods si possono comprare asparagi organici dall’Argentina, frutti di bosco dal Messico, carne (nutrita ad erba) dalla Nuova Zelanda. In un’era di crisi energetica, l’acquisto di tali prodotti contribuisce poco all’idea di sostenibilità ambientale che un tempo animava il movimento del biologico. Questi alimenti potranno non contenere pesticidi, ma sono pur sempre, in via indiretta, intrisi di petrolio…Per concludere, un’ultima considerazione: quando Wal-Mart vorrà comprare i suoi prodotti biologici, si rivolgerà a chi gli fa il prezzo migliore, ovvero non ai produttori che possiamo avere in testa quando pronunciamo la parola ‘biologico’. I grandi supermercati vogliono fare affari solo con i grandi agricoltori, che producono molta quantità dello stesso prodotto, non perché siano più efficienti, ma piuttosto perché è più facile contrattare con un solo soggetto invece che con centinaia di piccoli produttori. Questa è solo una della tante forme in cui la logica del capitalismo e quella del biologico si scontrano. E, almeno nel breve periodo, quella del capitalismo di solito prevale. (…)
Speriamo allora che Wal-Mart riconosca che gli straordinari poteri di marketing evocati dalla parola ‘biologico’ equivalgono più o meno alla salute di un pollo organico allevato in stretto isolamento insieme a centinaia di altri polli organici, in una fattoria biologica, ingurgitando soltanto mais biologico: ovvero, fragile.”

Pubblicato anche su Popolis

martedì, luglio 04, 2006

BUON COMPLEANNO, CARO ANTONIO

Della lettera che mi hai mandato rendo collettiva solo la conclusione, per rispetto all'intimità delle tue riflessioni, e perchè condensa in poche righe tutte le mie imprecisate nostalgie. Nonostante ciò, ammetto di aver resistito a stento a pubblicare interamente i tuoi pensieri, che sento di condividere così tanto...sarà l'anima latinoamericana che inevitabilmente ci è rimasta intrappolata dentro? Buon compleanno, caro Antonio, con l'augurio di rivederci presto, in quel Sud che mi manca così tanto...

"Chiedo scusa per questa lettera tanto semplice, tanto poco intellettuale, e forse lunga, noiosa e inutile. In realtà non ho altre parole per esprimere quello che penso. Non ho altre parole per definire l’omogeneizzazione alla quale tutti siamo in qualche modo abituati. Possiamo vivere solo all’insegna della normalità. Tutto ciò che superi i limiti della normalità è considerato estraneo, alieno, pericoloso. Sembra che non esista nessuna alternativa che vivere nella normalità o in altre parole, seguire le stesse mode, vestire allo stesso modo, inseguire lo stesso tipo di felicità e lo stesso tipo di sorriso. Non è permesso essere tristi per più di un momento. L’unica maniera di sopravvivere è essere sempre allegri, svegli, pronti per affrontare la vita. Ho incontrato davvero poce persone, fino ad oggi, in questo Mondo, che sappiano accettare allo stesso modo la felicità e la tristezza, che di facciano carico allo stesso modo delle proprie vittorie e delle proprie sconfitte, che vivano serenamente la vita accettando sé stessi, come individui libri ed imperfetti. Così mi ritrovo qui, all’inizio della mia quarta decade, a brindare virtualmente con tutti voi che ho scelto perchè riceveste questa lettera, in nome della mia età, nonostante la quale ho deciso di continuare ad essere bambino, continuare ad essere sogantore, continuare ad indignarmi, a ridere ed a piangere, a lottare contro l’indifferenza. Mi ritrovo qui, ringraziandovi tutti per avermi permesso incrociare la vostra vita per lo meno per un istante. Dal Sud del Sud, Giugno 2005, Antonio"

lunedì, luglio 03, 2006

ISTAMBUL

"Parlo del buio serale che scende presto, dei padri che tornano a casa sotto i lampioni dei quartieri periferici, con un sacchetto in mano. Parlo dei librai anziani che, dopo una delle frequenti crisi economiche, aspettano tutto il giorno, tremando di freddo, un lettore; dei barbieri che si lamentano del calo della clientela; dei marinai che lavano i vecchi battelli del Bosforo, ancorati ai moli vuoti, sui quali si addormentano fra poco, e nel frattempo danno un’occhiata alla televisione piccola e lontana, in bianco e nero; dei bambini che giocano a pallone tra le auto sulle strade strette e lastricate; delle donne con le sciarpe in testa e i sacchetti di plastica in mano, che aspettano silenziosamente l’autobus nelle fermate di periferia; delle rimesse per le barche delle vecchie yali ; delle sale da tè piene zeppe di disoccupati; dei ruffiani che, pazienti, nelle sere d’estate, gironzolano su e giù per i marciapiedi sperando di trovare un turista ubriaco nella piazza più grande della città; della folla che, nelle sere d’inverno, corre per prendere in tempo il battello, delle donne che la sera, in attesa dei loro mariti, socchiudono le tende per dare un’occhiata fuori, dei vecchi col cappello che vendono piccoli libri, rosari e profumi nei cortili delle moschee; degli ingressi di decine di migliaia di palazzi simili tra loro, degli edifici di legno trasformati in uffici comunali che un tempo, quando erano ville private, avevano pavimenti di legno che scricchiolavano a ogni passo; delle altalene fuori uso nei parchi vuoti, delle sirene dei battelli che urlano nella nebbia, delle mura bizantine ormai in rovina; delle piazze dei mercati che si svuotano la sera, dei ruderi degli antichi conventi; di decine di migliaia di palazzi con facciate incolori per la sporcizia, la ruggine, la fuliggine e la polvere, dei gabbiani immobili sotto a pioggia sulle imbarcazioni piene di cozze e alghe; della folla di uomini che pescano dal ponte di Galata, delle sale fredde delle biblioteche; dei fotografi ambulanti, dell’odore delle sale cinematografiche, una volta famose e dai soffitti dorati,dove adesso gli uomini entrano di soppiatto per guardare film porno; dei viali dove col calar del sole non si può vedere neanche una donna, della folla ammassata nelle giornate di libeccio, calde e ventilate, davanti alla porta dei bordelli controllati dal Comune; delle donne in fila davanti ai punti vendita di carne scontata, della massa di persone che affolla gli autobus; delle moschee in cui vengono continuamente rubate le lastre di piombo e le grondaie, dei cimiteri che vivono nella città come un secondo mondo e dei cipressi; dei bambini che cercano di piazzare un pacchetto di fazzoletti di carta, degli orologi sulle torri, dove non guarda nessuno; delle vittorie ottomane che i bambini leggono sui libri di scuola e delle bastonate che prendono la sera a casa; dell’attesa timorosa degli “addetti” durante i frequenti coprifuochi, imposti con la scusa di un censimento demografico, o di una caccia ai terroristi; delle lettere pubblicate in minuscoli spazi di giornali, dei lettori che si lamentano della cupola della moschea di trecento anni del quartiere, che ormai sta cedendo, e si chiedono dove sia lo stato; di tutti i gradini rotti, in parti e forme differenti, dell’uomo che vende da quarant’anni, sempre nello stesso posto, cartoline; (…) dei tramonti che colorano le finestre, a Uskudar, di un arancione quasi scarlatto, delle sirene dei battelli che suonano improvvisamente tutte insieme, una volta l’anno, per un minuto di silenzio, quando l’intera città si ferma compita per ricordare Ataturk; delle ragazze che lavorano tutta la notte per uno stipendio da fame, a ripulire stanze piene zeppe di imbastitici e macchine per cucire bottoni, dove un tempo famiglie di classe media, dottori, avvocati e insegnanti con mogli e figli la sera ascoltavano la radio; del disordine e del degrado, delle cicogne di cui tutta la città si accorge verso l’autunno, mentre passano sopra il Bosforo e le isole, in arrivo dai Balcani, dall’Europa orientale e settentrionale, per andare a sud e delle folle di uomini della mia infanzia, che tornano a casa fumandosi una sigaretta dopo aver assistito a una delle partite di calcio della nazionale, sempre pesantemente sconfitta.
Quando percepiamo a fondo questo sentimento, e i paesaggi, gli angoli, le persone che lo trasmettono, quando ci cresciamo insieme, a un certo punto quella sensazione di tristezza, simile al vapore che comincia a muoversi sottile sulle acque dello stretto nelle fredde e assolate mattine d’inverno, acquista forme sempre più concrete ed evidenti." Orhan Pamuk Istambul

mercoledì, giugno 28, 2006

OGM, CONTINUA ....

"Friends of the Earth Europe today urged EU Environment Minister to introduce stricter rules to protect the public and environment from genetically modified (GM) foods and crops. Environment Minister will discuss new proposals to improve the way that GM products are approved when they meet in Luxemburg tomorrow" (26/06/06, Friends of the Earth Europe press release).

L'articolo segue, ma parla del ruolo dell'Agenzia Europea sulla Sicurezza Alimentare (EFSA), argomento che merita uno spazio a parte, più avanti. Vorrei però riportare, oltre all'incipit dell'articolo, il commento della mia amica Monica (che mi ha mandato il press release), come continuazione logica al discorso sul transgenico di qualche giorno fa. Grazie Moki, come sempre i nostri scambi mi aprono una porta di infinite riflessioni...!

I GMOs sono uno di quegli argomenti "tricky" per dirla all'inglese, in cui necessità di sviluppo economico, protezione ambientale e della nostra salute non sempre vanno di pari passo, e richiedono aggiustamenti e compromessi. Almeno per come la vedo io, che ancora non riesco a togliermi le lenti critiche e multifocali che ci hanno dato a Gorizia, per una visione più piatta e in bianco e nero delle questioni ambientali.
Certo se a trarre i vantaggi dalle grandi coltivazioni di soja e mais transgenico è la Monsanto o qualche altra multinazionale di turno...allora ogni dubbio è fugato....
Sarebbe interessante vedere chi sono i più grossi esportatori e produttori di alimenti transgenici in America Latina ... Come è interessante in parallelo vedere come la stragrande maggioranza dei sussidi europei all'agricoltura vadano in realtà a pochi grandi farmers e non alla maggioranza dei contadini o delle piccole aziende agricole familiari...

Un beso, Mo

sabato, giugno 24, 2006

ED ERA ALICE...


...un gatto che fino a ieri pensavamo fosse femmina...
Fotografata(o) da Donata ©

giovedì, giugno 22, 2006

ORGOGLIO TRANSGENICO

"Non dimentichino gli europei, che sono tanto preoccupati per lo sviluppo dell'America latina, che gli OGM hanno permesso di estendere le coltivazioni a nuovi terreni prima inutilizzati, in regioni dell'Argentina come Salta, Jujuy e Santiago del Estero, che erano molto povere e che negli ultimi anni hanno migliorato nettamente il loro livello economico" esordisce battagliero Jorge Romagnoli, proprietario terriero della provincia di Cordoba, in una intervista al Sole24Ore (cfr. Sole24Ore 22/06/06 L.M.). E in effetti come dargli torto? La ripresa argentina dopo il crollo del 2001 è dovuta in gran parte al boom della soia, reso possibile dalla forte domanda cinese e dall'utilizzo del transgenico. Mentre in Europa il dibattito sugli "OGM si, OGM no" inferve, in Argentina transgenico significa solo migliore produttività dei campi, tanto che attualmente il Paese è, dopo gli USA, il più grande produttore di alimenti transgenici nel mondo: la soia coltivata è al 99% OGM, il mais al 50% e il cotone al 20%. Certo, per un produttore europeo è difficile immedesimarsi in un esportatore argentino, per il quale i prodotti agroalimentari rappresentano la metà delle vendite all'estero e non godono di nessun sussidio alla produzione. In tal senso gli OGM costituiscono per l'Argentina un fattore di competitività al quale è diventato ormai impossibile rinunciare, tanto che, osservando il dibattito sul transgenico che infiamma dall'altro lato dell'oceano, si profilano interrogativi allarmanti: "se aumenteranno le preoccupazioni anche per l'alimentazione animale e, ad esempio, la Danimarca proibirà l'uso dei prodotti OGM per i suoi maiali, che faranno gli argentini (...) che ormai coltivano solo soia transgenica?" Ritornare indetro ormai, oltre ad essere difficile, è anche troppo costoso. Le autorità e i coltivatori argentini hanno puntato tutto sugli OGM, nonostante l'incertezza che domina su qusto tipo di prodotti, all'insegna della familiare politica del "aumenta il rendimento e riduce i costo ora, domani si vedrà".

Ed è proprio questo atteggiamento che dovrebbe preoccupare di più, ancora prima di pur legittimi interrogativi sulla sicurezza dei prodotti. Del resto il protocollo argentino sugli OGM è portato ad esempio in tutto il mondo, ma altrettanto non si può dire per le scelte del Paese in materia di politica economica e finanziaria. Bisognerebbe chiedersi se non sia il caso di non farsi prendere troppo dall'entusiasmo del presente, vizio passionale in cui ogni tanto questo paese così ricco e florido sembra inciampare, per buttare un occhio ad obiettivi di lungo periodo. Basterebbe anche solo sbirciare dal lato del vicino Brasile, dove è stato predisposto un sistema di silos separato per OGM e non nei porti, nel caso si imponga la necessità di compiere una differenziazione...

Fonte foto

mercoledì, giugno 21, 2006

NI

Sono ancora lì, in bilico. Per un paio di giorni ho pensato che fosse colpa mia e ho cercato di informarmi. Davvero, ci ho provato. Ma ho le idee più confuse di prima. Perchè tra tutti i programmi, talk-show, "Porte a Porte" e porte aperte, volantini (ce ne sono?), giornali e spot televisivi mi si è generata in pancia una macedonia agrodolce che non sono ancora riuscita a digerire. Ma un dettaglio in tanto ciarpame parolifico emerge chiaro e lampante: a forza di strattonare i cittadini per la manica del "Vota si che noi siamo più belli; vota no perchè gli altri non capiscono niente", i nostri esimi politici (tutti dentro, nessuno si senta escluso...) stanno facendo di tutto per non farci andare a votare. E siccome il non-voto questa volta conta tanto quanto il voto, direi che siamo di fronte all'ennesima furbata politica: creare confusione, confondere l'elettorato, così qualsiasi risultato venga fuori il merito (così come la colpa) sarà di tutti. Cioè di nessuno. E continueremo belli beati con le nostre amatriciane all'italiana, tutti dicono che è buonissima ma pochissimi sanno davvero cosa c'è dentro di tanto speciale.

Perchè nonostante l'appello di Napolitano, io di questo referendum so solo che c'è ma il contenuto resta un arcano. Come si fa a votare in un clima di totale anarchia informativa? Ma soprattutto, come si fa a decidere COSA votare, quando l'oggetto della nostra vivisezione giuridica è nientemeno che la Costituzione, LA carta sulla quale dovrebbe reggersi lo Stato in cui vivremo - forse - tutta la nostra vita? (sto esagerando...?) Ditemi voi, questa volta voglio suggerimenti, anzi no, chiarimenti, e che nessuno si azzardi a rispondermi "vota si/no perchè nel 2016 avrai questo o ti toglieranno quello", perchè io vivo di presente e per ora che siano passati 10 anni potrebbe anche essermi tornata la voglia di emigrare...

lunedì, giugno 19, 2006

PROSUMI?

Se volessimo leggere tutta la realtà con uno stesso linguaggio cognitivo, tutte le attività che compiamo da soli, senza ricorrere ad un servizio esterno a pagamento (dall'allevare dei figli alle pulizie di casa o la cura del giardino..) potrebbero essere definite "prosumi", in quanto, sempre secondo lo stesso linguaggio, saremmo al tempo stesso produttori e consumatori del risultato realizzato. O almeno Alvin Toffler la pensa così (Cfr. Sole24Ore 13/6/06).
Quando noi ad esempio usiamo il bancomat e inseriamo da soli il codice, questo è un prosumo (la conseguenza, nota bene Toffler, è che dall'altro lato le banche licenziano cassieri...). Ma da soli possiamo anche controllarci il diabete o produrre i nostri CD musicali, accrescendo il nostro ruolo e importanza in quanto prosumatori, in un circolo virtuoso che ci porterà ad acquistare tecnologia dall'economia monetaria per utilizzarla in quella non monetaria, con un feedback che a sua volta genererà valore nel sistema monetario reale. "Pensiamo ad esempio al software open source Linux e all'enorme impatto che ha avuto in tutto il mondo. Questo software è stato inizialmente prodotto da Linus Torvalds gratuitamente, quasi per hobby, e in seguito ha calamitato un gran numero di programmatori che senza alcun compenso lo hanno modificato, adattato ed ampliato, stimolando altri programmatori ancora a dedicare un pò del loro tempo, sempre su base gratuita e volontaria, a produrre altri tipi di software. Questa attività "prosumistica" tutta nell'ambito dell'economia non monetaria, ha trasformato il modo di produrre software nell'economia monetaria."

Suona familiare. Quello che adesso è coniato prosumo richiama il concetto in disuso di "coscieza civile", quella secondo la quale dato che la società è di tutti, chi ne fa parte dovrebbe automaticamente essere disposto a contribuire gratuitamente con qualcosa di sè per permettere la sopravvivenza sostenibile (e la crescita) di tutto il sistema...Sembra però che a metterla in termini economicistici abbia più successo e sicuramente più seguaci pronti a lanciarsi nel business del nuovo millennio. E se così fosse, allora perchè no, prosumiamo?

venerdì, giugno 16, 2006

...IN COSA DAVVERO SI CREDE

E' curioso che la mail della mia amica Anna (quella del post sotto) mi sia arrivata proprio oggi, dopo tutti i pensieri vagamente esistenziali che mi ha provocato l'ultimo film di Ken Loach, vincitore dell'ultimo festival di Cannes. Forse quelli della mia generazione che vedranno questo film si porranno le stesse domande, forse no, io provo a formularne una, con un punto interrogativo che non pretende risposte, un pensiero a voce alta ecco: esiste oggi in Italia qualcosa di irrinunciabile per cui battersi? Come collettività intendo, come massa organizzata attorno ad un'idea tanto forte da superare la barriera dei particolarissimi interessi personali...Ma è il punto di partenza forse ad essere inesatto, perchè alla fine "è facile sapere contro cosa si combatte. Più difficile è sapere in cosa davvero si crede".

The Wind That Shakes The Barley, Ken Loach, Cannes 2006.

LA MIA GENERAZIONE...

"Lo scopo di questa missiva è quello di rendere giustizia a una generazione, quella di noi nati a cavallo tra anni 70 ed 80 (anno più, anno meno), quelli che vedono la casa acquistata allora dai nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto, e che pagheranno la propria fino ai 50 anni.
Noi non abbiamo fatto la Guerra, né abbiamo visto lo sbarco sulla luna, non abbiamo vissuto gli anni di piombo, né abbiamo votato il referendum per l'aborto e la nostra memoria storica comincia coi Mondiali di Italia'90. Per non aver vissuto direttamente il '68 ci dicono che non abbiamo ideali, mentre ne sappiamo di politica più di quanto credono e più di quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.
Babbo Natale non sempre ci portava ciò che chiedevamo, però ci sentivamo dire, e lo sentiamo ancora, che abbiamo avuto tutto, nonostante quelli che sono venuti dopo di noi sì che hanno avuto tutto, e nessuno glielo dice. Siamo l'ultima generazione che ha imparato a giocare con le biglie, a saltare la corda, a giocare a lupo, a un-due-tre-stella, e allo stesso tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a colori. Abbiamo indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante e con la cucitura storta; la nostra prima tuta è stata blu con bande bianche sulle maniche e le nostre prime scarpe da ginnastica di marca le abbiamo avute dopo i 10 anni. Andavamo a scuola quando il 31 ottobre era la vigilia dei Santi e non Halloween, quando ancora si veniva bocciati, siamo stati gli ultimi a fare la Maturità e i pionieri del 3+2. Siamo stati etichettati come Generazione X e abbiamo dovuto sorbirci Sentieri e i Visitors, Twin Peaks e Beverly Hills (ti piacquero allora, vai a rivederli adesso, vedrai che delusione). Abbiamo pianto per Candy-Candy, ci siamo innamorate dei fratelli di Georgie, abbiamo riso con Spank, ballato con Heather Parisi, cantato con Cristina D'Avena e imparato la mitologia greca con Pollon.
Siamo una generazione che ha visto Maratona fare campagne contro la droga. Siamo i primi ad essere entrati nel mondo del lavoro come Co.Co.Co . e quelli per cui non gli costa niente licenziarci. Ci ricordano sempre fatti accaduti prima che nascessimo, come se non avessimo vissuto nessun avvenimento storico. Abbiamo imparato che cos'è il terrorismo, abbiamo visto cadere il muro di Berlino, e Clinton avere relazioni improprie con la segretaria nella Stanza Ovale; siamo state le più giovani vittime di Cernobyl; quelli della nostra generazione l'hanno fatta la guerra (Kosovo, Afghanistan, Iraq, ecc.); abbiamo gridato NO NATO, fuori le basi dall'Italia, senza sapere molto bene cosa significasse, per poi capirlo di colpo un 11 di settembre. Abbiamo imparato a programmare un videoregistratore prima di chiunque altro, abbiamo giocato a Pac-Man, odiamo Bill Gates e credevamo che Internet sarebbe stato un mondo libero.
Siamo la generazione di Bim Bum Bam, di Clementina-e-il-Piccolo-Mugnaio-Bianco e del Drive-in. Siamo la generazione che andò al cinema a vedere i film di Bud Spencer e Terence Hill. Quelli cresciuti ascoltando gli Europe e Nik Kamen, e gli ultimi a usare dei gettoni del telefono. Ci siamo emozionati con Superman, ET o Alla Ricerca dell'Arca Perduta. Bevevamo il Billy e mangiavamo le Big Bubble, ma neanche le Hubba Bubba erano male; al supermercato le cassiere ci davano le caramelline di zucchero come resto. Siamo la generazione di Crystal Ball ("con Crystal Ball ci puoi giocare"), delle sorprese del Mulino Bianco, dei mattoncini Lego a forma di mattoncino, dei Puffi, i Voltrons, Magnum P.I., Holly e Benji, Mimì Ayuara, l'Incredibile Hulk, Poochie, Yattaman, Iridella, He-Man,Lamù, Creamy, Kiss Me Licia, i Barbapapà, i Mini-Pony, le Micro-Machine, Big Jim e la casa di Barbie di cartone ma con l'ascensore. La generazione che ancora si chiede se Mila e Shiro alla fine vanno insieme. La generazione che non ricorda l'Italia Mondiale '82, e che ci viene un riso smorzato quando ci vogliono dare a bere che l'Italia di quest'anno è la favorita. L'ultima generazione a vedere il proprio padre caricare il portapacchi della macchina all'inverosimile per andare in vacanza 15 giorni. L'ultima generazione degli spinelli.
Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista. Non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino. Andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale. Non c'erano i cellulari. Andavamo a scuola carichi di libri e quaderni, tutti infilati in una cartella che raramente aveva gli spallacci imbottiti, e tanto meno le rotelle!! Mangiavamo dolci e bevevamo bibite, ma non eravamo obesi. Al limite uno era grasso e fine. Ci attaccavamo alla stessa bottiglia per bere e nessuno si è mai infettato. Ci trasmettevamo solo i pidocchi a scuola, cosa che le nostre madri sistemavamo lavandoci la testa con l'aceto. Non avevamo Playstation, Nintendo 64, videogiochi, 99 canali televisivi, dolby-surround, cellulari, computer e Internet, però ce la spassavamo tirandoci gavettoni e rotolandoci per terra tirando su di tutto; bevevamo l'acqua direttamente dalle fontane dei parchi, acqua non imbottigliata, che bevono anche i cani! E le ragazze si intortavano inseguendole per toccar loro il sedere e giocando al gioco della bottiglia o a quello della verità, non in una chat dicendo :) :D :P
Abbiamo avuto libertà, fallimenti, successi e responsabilità e abbiamo imparato a crescere con tutto ciò."

(Grazie ad Anna....)

giovedì, giugno 15, 2006

TERRE DI MEZZO



Ho così scoperto che il mio vicino di computer è arrivato anche oltre le mie latitudini latinoamericane, per essere accolto così...del resto, poteva essere altrimenti? Grazie Ivan per la foto! ©

martedì, giugno 13, 2006

NUOVO CINEMA PARADISO (1989)

E Alfredo disse a Totò: "Questa terra è maledetta. Quando sei qui tutti i giorni hai la sensazione si essere al centro dell’universo, sembra che niente cambi mai. Poi te ne vai,un anno,due…E quando ritorni tutto è cambiato. Il filo è spezzato. Non ritrovi quelli che stavi cercando,le tue cose non esistono più. Non è così?… Devi andartene per molti,molti anni,prima di tornare e ritrovare di nuovo la tua gente,la terra dove sei nato. Ma non ora,non è possibile. Ora sei più cieco di me"

lunedì, giugno 12, 2006

19 DIAS Y 500 NOCHES

"(...)En Buenos Aires, la política... que falta de respeto, que atropello a la razón. En Buenos Aires, el fantasma de la ópera
camina solo por Constitución.
En Buenos Aires tengo más de lo que quiero pero lo que quiero nadie me lo da. En Buenos Aires hay un Falcon pesadilla
en el museo de cera de la atrocidad.
En Buenos Aires falta guita pero sobran corazones condenados a latir.
En Buenos Aires amanezco, resucito,
me defiendo a gritos, quiero ser feliz.
En Buenos Aires cuando hablamos de la luna
solo hay una: la del Luna Park.
En Buenos Aires he perdido mil batallas
pero hay una guerra que pienso ganar.
Buenos Aires.
En Buenos Aires brilla el sol y un par de pibes,
en la esquina, inventan una solución.
(cuando en el mundo ya no quede nada)
en Buenos Aires todo vuela, la alegría,
la anarquía, la bondad, la desesperación.(...)"
Joaquin Sabina, Enemigos Intimos (1998)

giovedì, giugno 08, 2006

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore

"Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne staremo seduti un momento o due in silenzio…magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove eravamo prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita o scesa di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente ci ricomporremo, ci alzeremo e, creature di sangue caldo e nervi, come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.” Raymond Carver

Scrittore essenziale, tagliente e terribile nella semplicità con cui descrive anche la realtà più piccola nei suoi minimi dettagli. Estremamente umano lo sguardo di Carver, che mai giudica, mai propende, soltanto occupato a fotografare gli uomini e bravissimo ad intrappolare nelle sue fotografie anche tutti i sentimenti che sempre, inevitabilmente, ci aleggiano intorno, come ombre.

mercoledì, maggio 31, 2006

lunedì, maggio 29, 2006

CINA-AFRICA, passando per Bombay

“La globalizzazione fa bene all’Africa. In un mondo sempre più piatto, cioè senza barriere, l’economia africana cresce in modo costante e in un clima positivo, come non avveniva da decenni, grazie al prepotente ingresso sulla scena economica mondiale di Cina ed India.”
Questo è quanto sostiene l’ultimo rapporto dell’OCSE sull’Africa, e che trovo sotto vari titoli echeggiato nelle testate di vari giornali internazionali. Inizio a leggere un po’ perplessa e scopro che “il processo di liberalizzazione in corso ha incoraggiato l’arrivo in Africa di investimenti esteri dei fondi asiatici, flussi impiegati principalmente verso la realizzazione di nuovi impianti per l’estrazione di materie prime (…) aumentando anche la concorrenza nel mercato africano: la collaborazione afro-cinese ha permesso infatti ai prodotti tessili di Pechino di invadere l’Africa australe e del nord, aumentando al tempo stesso il potere d’acquisto dei consumatori africani.” Invadere, parola che mi sembra stonare con l’entusiasmo generale dell’articolo (tratto dal Sole24ore, 17/5/06), che più avanti riconosce che “Pechino si è dimostrata un’arma a doppio taglio per l’Africa, perché da una parte richiede materie prime senza badare ai prezzi, ma dall’altra si presenta alla porta come un temibile fornitore di manufatti a prezzi stracciati che spazzano via le industrie tessili locali.”
E alla fine mi chiedo, le strette di mano tra cinesi ed alcuni privilegiati africani, capi di stati ricchi di cose che si chiamano nell’ordine petrolio, oro e rame, emanciperanno davvero tutto il Continente Nero da terra di colonizzazioni a tavolo di trattative paritetiche del commercio mondiale?
Continuo a restare perplessa, perché proprio non riesco a capire cosa distingua la Cina o l’India da ex-colonizzatori come Francia o Gran Bretagna. Forse Pechino sarà così schizzinosa da chiedere alla Nigeria di rispettare i diritti umani come pre-condizione all’acquisto del suo petrolio?
Ma del resto, non si sa mai, come dice il detto, le strade del Signore…

VITA

Grazie alla mia amica Anna che mi ha inviato questo pezzo, piccole pillole per non dimenticare...

"Se per un istante Dio si dimenticherà che sono una marionetta di stoffa e mi regalerà un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma in definitiva penserei tutto quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano. Dormirei poco, sognerei di più, andrei quando gli altri si fermano, starei sveglio quando gli altri dormono, ascolterei quando gli altri parlano e come gusterei un buon gelato al cioccolato!
Se Dio mi regalasse un pezzo di vita, vestirei semplicemente, mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente il mio corpo ma anche la mia anima. Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e aspetterei che si sciogliesse al sole. Dipingerei con un sogno di Van Gogh sopra le stelle un poema di Benedetti e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.
Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle loro spine e il carnoso bacio dei loro petali. Dio mio, se io avessi un pezzo di vita non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo, che la amo. Convincerei tutti gli uomini e le donne che sono i miei favoriti e vivrei innamorato dell'amore. Agli uomini proverei quanto sbagliano al pensare che smettono di innamorarsi quando invecchiano,senza sapere che invecchiano quando smettono di innamorarsi.
A un bambino gli darei le ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo. Agli anziani insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con la dimenticanza.
Tante cose ho imparato da voi, gli Uomini! Ho imparato che tutto il mondo ama vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel risalire la scarpata.
Ho imparato che quando un neonato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene stretto per sempre. Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall'alto al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi....
Che la strada vi sia propizia."

Gabriel Garcìa Marquez

mercoledì, maggio 17, 2006

"Il bisogno di avere radici è forse il più importante e il meno conosciuto dell'anima umana. Difficile definirlo. L'essere umano ha le sue radici nella concreta partecipazione, attiva e naturale, all'esistenza di una comunità che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti dell'avvenire".

(Simone Weil, 1943)

GRISSINOPOLI - O della multinazionale senza padroni...

Grissinopoli è il nome di un documentario argentino un po’ speciale, perché fuori dal comune è la storia che racconta: una fabbrica di grissini indebitata fino all’osso cade in bancarotta e i proprietari non fanno né tanto né quanto che se la danno a gambe. Già duramente colpiti dalla crisi finanziaria del 2001, i 16 lavoratori (che simboli- camente rappresentano i circa 20.000 disoccupati interessati dal fenomeno…) decidono di reagire ed occupano la fabbrica, assumendone la dirigenza.
Sebbene il fenomeno delle Fabbriche Recuperate non sia una novità per l’Argentina – fatti simili si erano già verificati a fine anni 90 – dopo il dicembre del 2001 l’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori assume più forza e visibilità, anche a livello internazionale. La concentrazione economica, i processi speculativi e l’assenza di politiche realmente rivolte a fomentare l’occupazione e rafforzare l’apparato produttivo nazionale hanno portato a un depauperamento dei livelli di vita della popolazione argentina, che ha raggiunto livelli drammatici in seguito al noto crack finanziario di 5 anni fa, quando molte fabbriche sono state obbligate a chiudere le porte. E’ chiaro che, di fronte a questo scenario, per gli operai convertirsi in padroni di fabbriche metallurgiche, tessili, alimentari e perfino di hotel costituiva un’alternativa originale - per quanto drastica e azzardata in termini di legalità e sostenibilità - alla disoccupazione permanente (nell’Hotel Bauen a Buenos Aires, dopo il processo di occupazione da parte dei lavoratori, hanno iniziato a farci anche i programmi radio, i concerti e le serate letterarie!).
Considerando che negli ultimi 4 anni i fallimenti sono stati 4.000, una media di 1000 fabbriche all’anno, in termini quantitativi 162 fabbriche recuperate non sembrano essere significative a livello macroeconomico. Però se si pensa ai posti di lavoro creati (con la loro forma peculiare di organizzazione interna cooperativa, orizzontale, democratica e solidale) e a quanto il processo di recupero implichi in termini di dignità per le persone coinvolte, allora si che questo fenomeno assume non solo significato, ma anche valore sociale.

Per approfondire: www.lavaca.org/editora/sinpatron-sedice.shtml
Fonte foto

venerdì, maggio 12, 2006

Perchè alle lucertole ricresce la coda?

Questa volta è un altro Friedman, Thomas, uno dei più apprezzati editorialisti del New York Times, a parlare della relazione tra ricchezza e democrazia (vedi post del 24 aprile “Tesi o Antitesi”), arrivando ironicamente alla definizione di un nuovo paradigma economico: la Prima Legge della Petrolpolitica. Di cosa si tratta? Osservando qua e là il confuso scenario mondiale, succede che T. Friedman giunge alla conclusione che “negli stati produttori di petrolio il prezzo del petrolio e l’avanzamento della libertà vanno sempre in direzioni opposte. Secondo questa legge, più sale il prezzo medio mondiale del greggio, più viene minata la libertà di parola e di stampa e la possibilità di avere elezioni libere e corrette, una magistratura indipendente, norme giuridiche e partiti politici indipendenti. E queste tendenze negative sono rafforzate dal fatto che più aumenta il prezzo, meno i leader del petrolio fanno caso a quel che il mondo pensa o dice di loro.” Un esempio? Il Venezuela avrebbe mandato all’inferno il primo ministro Tony Blair e l’Area di Libero Commercio sponsorizzata dagli USA se il suo paese avesse dovuto sostenersi grazie ai suoi imprenditori e non invece solo scavando pozzi?
Secondo T. Friedman l’aumento del petrolio degli ultimi tempi non è solo dovuto dalla generale insicurezza dei mercati mondiali in seguito alla violenza in Iraq, Nigeria, Indonesia e Sudan, ma anche e soprattutto al rapido ingresso nel mercato mondiale di tre miliardi di nuovi consumatori provenienti da Cina, Brasile, India e dall’ex impero sovietico. Sul piano politico ciò significherà “che un intero gruppo di stati del petrolio con istituzioni deboli o governi esplicitamente autoritari andrà incontro a un’erosione delle libertà e a un aumento della corruzione e dei comportamenti antidemocratici. (…) Perciò qualsiasi strategia volta a promuovere la democrazia che non contempli anche una strategia credibile e sostenibile per trovare alternative al petrolio e far calare il prezzo del greggio non ha alcun senso ed è destinata al fallimento. Oggi, a prescindere dalle vedute in politica estera, dobbiamo pensare geo-green. Non si può essere efficacemente realisti in politica estera o idealisti nel promuovere la democrazia, senza essere anche ambientalisti efficaci.” T. Friedman, riportato dal Corriere della Sera, inserto economico, 8 maggio 2006.

E pensare che non è una questione di brillanti intuizioni economiche. Beppe Grillo (di professione comico) le stesse cose le viene dicendo da un sacco di tempo… Sarà forse da chiedersi perché il messaggio non viene recepito? T. Friedman esclude dalla sua Prima Legge della Petrolpolitica gli stati che hanno molto petrolio ma che, prima di scoprirlo, erano già democrazie radicate, come l’Inghilterra, la Norvegia e gli Stati Uniti. Ma questi stati, magari allungando un po’ la lista, andrebbero proprio bene per un’altra legge di Petrolpolitica. La Seconda, la stessa per cui se alle lucertole si taglia la coda, quella, dopo un po’ ricresce.

giovedì, maggio 04, 2006

Kitesurfing...

Non so perchè ma mi fa venire in mente Nightswimming, la canzone dei Rem. E invece no, è uno sport, che ho scoperto grazie al mio amico Andrea e alla mia momentanea nullafacenza...allora caro Andrea, hai finito adesso di prendermi in giro per il mio blog? Impossibile spiegarvi come si fa, si fa e basta, col vento che ti entra dentro e ti dà l'impressione che basta la pressione di un dito per staccarti da terra. Poi per capirci un pò di più sono andata a guardare su Wikipedia e leggo: "Una caratteristica di questo sport è la velocità con cui si può imparare a planare e in seguito a compiere fantastiche evoluzioni. È d'obbligo seguire un corso che fornisca tutte le basi per utilizzare con sicurezza questo strumento affascinante quanto potenzialmente pericoloso"...Potenzialmente pericoloso? Vuol dire che posso farmi "potenzialmente" male? E' per questo Andrea che mi hai fatto provare solo dalla spiaggia e non in mare? O avevi paura che ti bucassi l'aquilone? Va bè, speriamo domani faccia vento..
www.kitesurfing.org

HOUSING SOCIALE

Sembra un sinonimo sinistroide di "case occupate" e invece rappresenta uno dei temi più attuali nell'ambito dell'intervento pubblico a sostegno delle politiche di welfare. Pare infatti che nelle grandi città si stia assistendo ad una vera e propria crisi dell'edilizia popolare: gli alloggi pubblici sono sempre più destinati a categorie di persone a forte rischio di esclusione sociale (invalidi, immigrati, disabili psichici, anziani soli.) Dall'altra parte, l'analisi della domanda di alloggi popolari mette in luce la crescita delle richieste provenienti da famiglie normali, nel senso che hanno come problema unico o prevalente quello del reddito. Ma a questo boom di richieste - spesso legato all'incontrollabile aumento degli affitti - non sta corrispondendo un pari aumento degli alloggi a basso costo; inoltre, l'intervento pubblico si limita ad offrire alloggi ma non si cura affatto di contribuire a risolvere i problemi generati dalla condizione di marginalità dei soggetti bisognosi. L'"housing sociale" si propone quindi di offrire soluzioni innovative che tengano conto delle molteplici sfaccettature del problema. Esempi? Villaggio Barona è un grande progetto di riqualificazione di un’area industriale di oltre 40 mila mq, nell’ambito di una convenzione urbanistica particolarmente innovativa con il Comune di Milano. Il Villaggio ospita una comunità alloggiativa, un centro diurno di aggregazione per anziani autosufficienti e per disabili, una palestra, un micro-nido per bimbi di famiglie in difficoltà, un centro di recupero professionale per giovani, strutture di assistenza ai malati terminali di AIDS e una comunità alloggio per rifugiati politici e richiedenti asilo. Il Villaggio accoglierà inoltre un pensionato destinato a 130 studenti con servizi annessi, nonché attività commerciali e artigianali, un campo polifunzionale per attività sportive all’aperto, una palestra, un’area parcheggio, una mensa, un pensionato sociale integrato, una biblioteca e una sala per conferenze e incontri(www.fondazionecariplo.it)
In definitiva l'housing sociale, è un neologismo che riunisce sotto un’unica voce solidarietà, assistenza, cooperazione, collaborazione. Concetto interessantissimo, che può anche sollevare interrogativi legittimi circa le possibili controindicazioni di simili esperimenti di ingegneria sociale: si tratterà di creare (in buona fede, non sia mai..) versioni moderne di antiche ghettizzazioni? In ogni caso sembra valga la pena approfondire. Ma...se proprio dovevamo ricorrere a un neologismo per definire qualcosa che prima non esisteva, non si poteva trovare qualcosa di meglio di parole che con l'italiano non c'entrano nulla?!

mercoledì, maggio 03, 2006

LA CHICANA



In assoluto il mio gruppo di tango contemporaneo preferito...per ascoltare dei pezzi: www.lachicanatango.com

Andiamo in Europa?

Certamente avrete presente la nuova tessera sanitaria europea, quella che sembra una carta di credito e che ci evita di dover compilare ogni volta quel noiosissimo E111 che poi restava immancabilmente spiegazzato in qualche profondità della valigia. Bhè, visto che ci hanno sprecato tanta plastica per fare questa tessera rivoluzionaria, davo per scontanto che servisse anche in Italia. E invece no.
Oggi mi presento allo sportello con la mia tesserina nuova fiammante e la tipa mi fa: "mi serve la tessera sanitaria italiana". Resto interdetta e lei aggiunge: "questa qui è valida per l'Europa, in Italia non siamo ancora abilitati ad usarla". Ma mi scusi, l'Italia dov'è, non è più in Europa? Fare tanto casino per avere inventato la tessera sanitaria che infrange le barriere per poi perdersi nell'ennesima centuplicazione. A che scopo poi? Le ho controllate, sono identiche, solo che una è di carta e l'altra è di plastica e in quella di carta c'è scritto dove abito. Servono per la stessa cosa -ricevere assistenza sanitaria pubblica-ma in Paesi diversi (un dubbio, se cambio Regione quale dovrò usare?), non sono sostitutive e quindi devo portarmele dietro tutte e due. Ho il portafoglio che non si chiude più e mi chiedo con sconcerto quanto ancora dovremo aspettare prima di andarci davvero, in Europa.

lunedì, maggio 01, 2006

domenica, aprile 30, 2006

EL PERRO, Argentina 2004

Sarà perchè i paesaggi desolati, luminosi ed immensi della Patagonia che fanno da sfondo a tutto il film il ho vissuti sulla pelle, sarà perchè c'è dentro così tanto delle contraddizzioni e dei valori di quell'Argentina che ho conosciuto, ma mi sento proprio di affermare che questo è uno dei film più teneri ed ironici che mi sia capitato di vedere (per caso) nei miei 12 mesi a Buenos Aires. Il regista, Sorín, scommette sulla semplicità, eliminando qualsiasi tentazione simbolista, creando poco a poco,lungo i cammini desertici del Sud, personaggi autentici, quasi improbabili nella loro semplicità. Dettaglio importante: se potete, vedetela in lingua originale, ne vale davvero la pena. (Diretta da Carlos Sorín, con Juan Villegas, Walter Donado, Micol Estévez, Kita Ca, Claudina Fazzini, Carlos Rossi, Mariela Díaz)

venerdì, aprile 28, 2006

CIVITAS, 5 - 7 maggio, Padova

"Civitas è la più importante mostra convegno della solidarietà, dell’economia sociale e civile aperta in Europa. Un evento unico che si distingue per la peculiarità di essere insieme salone espositivo e momento di incontro e confronto culturale. Organizzata dalla cooperativa Asa Ethike, Civitas promuove l’incontro dei cittadini con tutti gli attori del territorio: società civile, istituzioni e imprese. Civitas si compone di diverse sezioni articolate in spazi espositivi, convegni e workshop, aree animazione, mostre ed eventi artistico culturali. Dopo aver celebrato nel 2005 i suoi primi dieci anni, la piazza per il bene comune è pronta a ricominciare da undici con una nuova edizione (PadovaFiere 5-7 maggio 2006) mettendo a fuoco temi e nodi centrali per lo sviluppo del welfare locale ed europeo, puntando sul dialogo, sullo scambio e sulla messa in rete di iniziative e progetti significativi nel territorio."

Per saperne di più: www.civitasonline.it/2006/edizione2006.htm

A Monica e ai nostri quaderni...

"Never doubt that a small group of thoughtful, committed citizens can change the world; indeed, it is the only thing that ever has" (Margaret Mead)

giovedì, aprile 27, 2006

TANGO, UN GIRO EXTRAÑO

“Quella raffica, il tango, quella diavoleria, gli anni affannati sfida; fatto di polvere e tempo, l’uomo dura meno della leggera melodia, che solo e’ tempo”, diceva una poesia di Borges (El tango, J.L. Borges). Musica e danza, canzone e moto del sentimento, filosofia e fenomeno sociale, il tango nasce nelle periferie di Buenos Aires sulla fine del 1880, in un momento denso di sconvolgimenti urbani. Ci sono dubbi e contraddizioni sull’origine della parola tango, ma pare ormai appurato che la sua etimologia vada ricercata nella lingua parlata dagli africani che arrivavano al Rio della Plata per essere venduti come schiavi. Ma lo stile della musica, pur richiamando a tratti ritmi africani, si fonde e si trasforma in qualcosa di intimamente “porteño”, esclusivo di Buenos Aires. La massiccia presenza italiana nel Rio de la Plata fu determinante nell’evoluzione musicale del tango, nel suo contenuto poetico nonché nel gergo cittadino che i suoi testi propagarono in tutto il mondo e che divenne sinonimo di argentinidad.
Il tango, complicata creazione collettiva, ebbe come primo teatro la strada, spesso una vera e propria iniziazione. Stupefacente fenomeno di immediata diffusione, dalle strade dei quartieri poveri delle capitali rioplatensi penetrò dai bordelli nei caffé del centro cittadino, nei locali e nei cinematografi, fino ad entrare nelle borghesissime case di famiglia.
Il tango non è mai uno, non ci sono regole, i ballerini non si parlano, né si guardano fra loro, concentrati entrambi sullo stesso punto, lontano, attenti allo spazio duttile, sempre mutevole, circoscritto dal loro abbraccio. Ed evolve, nessuno ballerà mai lo stesso tango due volte, lo dimostrano anche le recenti evoluzioni della musica, che da Buenos Aires fanno eco ad un bisogno di rinnovamento profondo. Un guardare avanti senza mai dimenticare l’origine. Del resto, è da lì che tutto viene e tutto torna.

Pubblicato anche su Popolis

mercoledì, aprile 26, 2006

ERA IERI

Era ieri la storia che conta, l'Italia di persone che avevano fatto la guerra e tornavano lo stesso con i sogni stretti in tasca, vicini a tutti i valori ammaccati ma intonsi. Era ieri eppure è oggi. Enzo Biagi immortalò Eugenio Montale in un'intervista pubblicata nei primi anni 80 e alla domanda "quali sono secondo lei le maggiori virtù degli italiani?", il poeta rispondeva "hanno una grande forza di sopportazione, ma non dimostrano una sufficiente avversione per le mascalzonate che avvengono nella gestione degli affari pubblici, perchè loro stessi si sentono colpevoli, loro stessi farebbero così" (Testimone del tempo -Enzo Biagi, 1980)
Possiamo forse dire di essere cambiati? Cos'è che "era ieri" allora, cosa si è perso irrimediabilmente nelle pieghe della storia? La virtù o la pena? La speranza o il ricordo del terrore?
Enzo Biagi racconta e nella sue parole non scopro grandi verità nè false illusioni. E' un semplice uomo quello che è sorto tra le righe mentre leggevo, un uomo che tira un piccolo filo tra le vicende del suo destino, nel quale resto intrecciata, provando il dolore che lasciano le cose irrimediabilmente perdute. Una generazione di uomini che hanno creduto e hanno fatto credere che valesse la pena battersi per qualcosa di molto più grande di se stessi, la patria, il paese che i padri dovranno trasmettere ai figli. Uomini che non hanno eredi nel mio presente e mi chiedo a quali modelli poter far riferimento per discernere, capire, sviscerare la realtà.
"C'è chi sostiene che il potere dei mass-media è più forte di quello politico: non direi. Il diritto di parola ha in effetti ben poco valore se nessuno ascolta. Peggio, se si raccontano bugie, come spesso succede...però i fatti hanno una logica ineluttabile, prima o poi quello che è buono e quello che è cattivo viene fuori" (Era Ieri -Enzo Biagi p. 263)
Esistono parole che hanno il potere di arrivare lontano. Sarebbe bello se fossero sempre in mano ad uomini così.

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lunedì, aprile 24, 2006

Tesi o Antitesi

Perchè un Paese già ricco deve sentirsi obbligato a crescere? Se lo chiedono negli Stati Uniti gli ambientalisti e gli intellettuali, che notano come il benessere si sia tradotto in auto più potenti e non in un vero progresso sociale, come il miglioramento della salute dei cittadini: i coreani o i greci, da questo punto di vista, non stanno peggio degli americani.
Crescere, afferma l'economista di Harvard Benjamin Friedman, è un processo al quale non possiamo rinunciare perchè lo sviluppo non produce solo un futile benessere materiale, ma ha anche un profondo valore politico e morale. Friedman sostiene che l'aumento del tenore di vita di un popolo ne forgia anche il carattere: rende tutti più aperti, tolleranti, ottimisti. La storia economica degli ultimi due secoli dimostra, secondo l'economista, che quando la ricchezza cresce i governi varano riforme incisive e allargano gli spazi di democrazia, mentre la gente tollera meglio le diversità, la mobilità sociale, le differenti dinamiche dei redditi. Nei periodi di stagnazione, anche in un Paese ricco, è invece difficile riformare e spesso si riaffacciano tentazioni autoritarie.
B. Friedman, "The moral consequences of economic growth" - dal Corriere della Sera, 2 dicembre 2005 (M.G.)

...

Como lo observó Mona Ozouf, el reverso de la libertad no es nada menos que la angustia de vivir, la dificultad de ser y la imposibilidad de encontrar fuera de uno mismo la razón de un fracaso amoroso. En efecto esta libertad nos pesa y puede desorientar. Es difícil de vivir, porque supone la elección, el compromiso, la responsabilidad. Y nuestra exigencia nos ubica frente a una nueva dificultad: la de hacer durar el amor nosotros mismos.

SPIRITI

"Lui credeva che per ribellarsi bastasse rivolgersi ai propri simili, e fu tradito. Per ribellarsi occorrono sogni che bruciano anche da svegli, occorre il dolore dell'ingiustizia, la febbre che toglie all'uomo la malattia della paura, dell'avidità, del servilismo. Per ribellarsi bisogna saper guardare oltre i muri, oltre il mare, oltre le misure del mondo. La miseria dell'uomo incendia la terra ovunque ma è un fuoco sterile, che cancella e impoverisce. E'un fuoco che odia ciò che la genera, è cenere senza storia. Saper bruciare solo ciò da cui nascerà erba nuova, ecco la vera ribellione."
Stefano Benni - Spiriti

giovedì, aprile 20, 2006

Buenos Aires, 3 marzo 2005

Mi chiedevo cosa avrebbe significato Buenos Aires nella mia vita.
Sapere da sempre di appartenere ad una discendenza straniera e viandante e rendermene conto soltanto a 26 anni, come se i geni fossero una rivelazione improvvisa dell’animo.
Volti su fotografie color seppia. La tavola oggi era piena di istantanee sparse che immortalavano estranei momenti di gioventù. Una parte della tua famiglia emigra altrove ed i geni cominciano a mischiarsi, a diffondersi, le tracce si perdono sempre più lontano, si diluiscono i contorni, si affilano le fisionomie e tutto quello che resta è un certificato d’anagrafe ed un albero genealogico che traccia le proprie geometrie fino ai confini del mondo. Cosa ci spinge a ricercare le nostre origini nel passato remoto, quando tutto quello che abbiamo è il presente in cui siamo vissuti? Cos’è quest’ansia di vedersi dentro alla luce di quello che sono state le cellule che, mischiandosi e fondendosi, hanno permesso che nascessimo proprio noi, tra miliardi di combinazioni possibili?
Ancora una volta mi interrogo sulla divinità e sul senso della vita e ritorna la stessa risposta di sempre: nelle tracce che lasciamo del nostro passaggio, impercettibile e breve nella dimensione di tutto il creato. E’ una ricerca che mi ha spinto fino a Buenos Aires, cercavo mio nonno ma in realtà speravo di trovare me stessa, come ogni volta che intraprendo un viaggio e penso che sarà l’ultimo, che un giorno mi fermerò in un posto e lo sentirò finalmente mio.

mercoledì, aprile 19, 2006

The curious incident of the dog in the night-time

E' il titolo di un libro di Mark Haddon che mi ha prestato la mia amica Mo (l'ho finito, te lo ridò presto!!) e che parla di un bambino che si chiama Christopher. O meglio, Christopher parla di Christopher e del giorno in cui si improvvisò investigatore nel delitto di un cane, terminando per scoprire, senza rendersene conto, che quella che stava investigando era la sua vita, con tutti i pezzetti che non avevano mai trovato il giusto posto.
E' un libro speciale perchè il suo protagonista è un bambino speciale. Christopher è un bambino autistico e per me che l'autismo non sapevo neanche cosa fosse, leggendo mi sono ritrovata immersa in un mondo che aveva l'aspetto della realtà di tutti i giorni, ma con toni e sfumature che non avevo mai notato prima. E' come se l'autore avesse abbassato la telecamera ad altezza di bambino e ripreso solo le scene e le fantasie che la mente di quel bambino gli suggeriva. Un tenero e profondo incontro con una realtà così vicina, eppure...inarrivabile.

venerdì, aprile 14, 2006

Scontato? Mica tanto...

"L'antichissima idea secondo la quale un uomo non ha lavoro perchè non vuole lavorare caratterizzò buona parte della mia infanzia di classe media. Insegnare a pescare prima di regalare pesce. Mi ci sono voluti anni di educazione e lettura per rendermi conto che affinchè il pescatore possa pescare deve disporre di qualcosa di elementare: acqua, e nell'acqua devono esserci pesci. E per imparare deve essere sano, non essere alcolizzato, avere voglia e non aver perso neuroni a causa della denutrizione. Inoltre, affinchè possa pescare almeno un pescetto, non deve esserci nella zona nessun individuo senza scrupoli che si porti via con una rete tutti i pesci e già che c'è si rubi anche l'acqua, per decorare con un lago per lo sport nautico il nuovo complesso di vacanze di lusso su cui ha investito."
Orlando Barone - Diario El Clarin, dicembre 2005

giovedì, aprile 13, 2006

Tempi moderni

"Man can adapt himself somehow to anything his imagination can cope with; but he cannot deal with Chaos. Because his characteristic function and highest asset is conception, his greatest fright is to meet what he cannot construe – ‘the uncanny’...
Therefore our most important assets are always the symbols of our general orientation in nature, on the earth, in society, and in what we are doing.
There are at least three points where chaos – a tumult of events which lack not just interpretations but interpretability – threatens to break in upon man: at the limits of his analytic capacities, at the limits of his powers of endurance, at the limits of his moral insight. Bafflement, suffering, and a sense of intractable ethical paradox are all, if they become intense enough, radical challenges to the proposition that life is comprehensible and that we can, by taking thought, orient ourselves effectively within it."
(Cliffort Geertz, The interpretation of Culture)

Inquietanti parallelismi...

"A partir de los años 90 empieza a producirse un empobrecimiento debido al aumento del desempleo que, sumado a la fuerte instabilidad de los puestos de trabajo, afecta indiscriminadamente a los calificados y non: emerge una nueva pobreza vinculada a la falta de ingresos, que a partir de ese momento va consolidándose como tendencia estructural. La sociedad argentina experimenta una trayectoria laboral caracterizada por una alta rotación de puestos precarios, poco calificado y de corta duración, intercalados por perìodos de desempleo y hasta de subida del mercado laboral." El Clarin, 7-7-2005

martedì, aprile 11, 2006

1 minuto e 37 secondi

E' esattamente il tempo che uno scattante medico della mutua ci ha messo a farmi un'ecografia, dopo 3 mesi di lista d'attesa, 2 ore di coda ambulatoriale e 27€ di ticket.
Ho viaggiato in tanti posti negli ultimi quattro anni e tra le tante cose che ho visitato, ci sono anche gli ospedali latinoamericani (altra storia davvero...) e pensavo di non dovermi stupire più di nulla. Ma quando ho oltrepassato la porta di quei poliambulatori mi sono di colpo ritrovata in quella che doveva essere l'Italia ai tempi di mio nonnno: pareti di un verdino sbiadito che a tratti perdevano intonaco come veli di cipolla, luci al neon intermittenti e indicazioni scritte a lettere tremolanti con i pennarelli a spirito a punta grossa "sala ecografie", "pagare ticket prima di entrare" "vitato fumare" (scritto esattamente così).
C'è chi dice che questi siano segnali inequivocabili che il pubblico servizio deve andare in pensione, per far posto alle privatizzazioni. Certo. Nel privato l'appuntamento me lo danno dopo tre giorni, gli ambulatori odorano di petali di rosa e se becchi proprio il giorno giusto il dottore ti visita anche per due ore. Ma quando è il momento di pagare che facciamo? Privatizziamo la sanità in nome della pulizia sociale così insieme alle malattie curiamo anche, definitivamente, la piaga della povertà? E anche se non fosse un discorso di poveri, che non sono schizzinosi e si accontantano anche dei cerotti caritatevoli dell'assistenza sociale, la classe media può permetterseli gli ambulatori all'aroma di rosa?
Chissà lo Stato dove sarà tra 100 anni, come concetto aleatorio, spogliato di tutte le sue sovrastrutture. Magari cambierà anche nome, così come è ricorda troppo un participio passato immodificabile. Quando finiranno di litigarsi quello 0,1% che li divide, i due grandi, lassù, forse penseranno anche a questo.

Se anche loro ce la fanno a venir fuori dalle rocce...

sabato, aprile 08, 2006

AUTO DA FE'

L'autodafé o sermo generalis era una cerimonia pubblica, appartenuta in particolare alla tradizione dell'Inquisizione spagnola, in cui veniva eseguita la penitenza o condanna decretata dall'Inquisizione (per eresia o altri reati). Il nome deriva dal portoghese auto da fé, "atto di fede", ed era il cerimoniale giuridico più impressionante usato dall'Inquisizione.

Secoli dopo la fine dell'Inquisizione, un altro "Auto da fé", irriverente e profondo, incide il proprio marchio con lettere di fuoco: l'opera prima del futuro premio Nobel Elias Canetti, ebreo di lingua tedesca dalla cui penna è uscito un serraglio di personaggi improbabili e perfetti nella loro umana follia. Il dipinto barocco di una ragione umana che si nutre solo di se stessa e che non può che implodere sotto i colpi infuocati della propria vanità.
Sembra incomprensibile fin dal titolo, eppure Canetti riesce ad accompagnare per mano il proprio lettore fin nelle pieghe più ardue del suo labirinto, dove in ogni riga, in ogni singolo personaggio, ritroviamo inequivocabilmente l'umanità inorridita riconoscersi dentro ad uno specchio. "L'umanità esisteva come massa già molto prima di venire inventata in sede concettuale. Essa ribolle in noi tutti, animale mostruoso, selvaggio, focoso e turgido di umori, nel fondo del nostro essere...Nonostante la sua età è l'animale più giovane, la creatura essenziale della terra, la sua meta e il suo avvenire." Leggere questo libro è come fare un viaggio nella mente di un uomo, impossibile uscirne illesi.

giovedì, marzo 30, 2006

martedì, marzo 28, 2006

Professione?

Oggi mi è capitato qualcosa di a dir poco imbarazzante.
Sono andata all'ufficio anagrafe del mio comune di residenza per rinnovare la carta di identità scaduta da ormai un anno. Occhi, colore dei capelli e altezza sono rimasti praticamente immutati, quindi l'agevole signorina dello sportello per i primi dieci minuti si è limitata a ricopiare. Ma poi, arrivata alla casellina "professione" alza gli occhi e senza guardarmi mi rivolge la domanda che mi cambia la giornata: "scusi, professione?".
Sono rimasta di sasso, giuro che non sapevo cosa dirle e deve aver pensato che avessi qualche problema di salute o, peggio, qualcosa da nascondere, perchè dopo averci pensato per più di cinque minuti le ho risposto: "Mah, non saprei.." "Come non lo sa?" fa lei. "Scriva un pò libero professionista..." e inizio a rovistare nella borsa come se stessi davvero cercando qualcosa di fondamentale.
Ma ditemi voi, perchè ancora non ho risolto l'arcano, uno laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche che lavora nella cooperazione internazionale, cambiando contratto, datore di lavoro e paese almeno una volta l'anno, occupandosi delle cose più disparate (dalla fotocopia dell'ultimo numero di Panorama per il capo ufficio, alla sensibilizzazione nei villaggi centroamericani contro il lavoro infantile), ma che lavoro fa? Come lo riassumete tanto da farci star dentro tutto? "Cooperatore internazionale" fa lo stesso effetto di "operatore ecologico", con tutto rispetto per gli operatori ecologici; "Esperto di progetti" potrebbe essere qualsiasi cosa, poi ti guardano e ti chiedono se sei ingegnere. E allora? Consulente, comunicatore, sensibilizzatore? Colleghi sparsi per il mondo, cosa dite quando rinnovate la carta di identità?
Questa è una cosa che può anche creare problemi sociali, mi sono resa conto che sfuggo sempre la domanda "tu che lavoro fai?". E il mio lavoro è bellissimo, lo adoro, mi riempie di soddisfazioni e di nuovi mondi, so più o meno come si fa ma un nome ancora non gliel'ho trovato.
Per fortuna che la signorina allo sportello, notando la mia inquietudine mi ha strizzato l'occhio e m'ha detto complice: "Non si preoccupi, tanto la professione nella carta di identità mica è vincolante, ci può scrivere qualsiasi cosa". Che sollievo...

Io e mia sorella...


L'altro pomeriggio ci siamo incamminate verso la campagna circostante a casa mia per una di quelle passeggiate piene di verde che fanno tanto bene all'umore. Cammina e cammina, ci saremo allontanate circa mezz'ora da casa e tra tanto ciarlare non mi ero resa conto che ancora non avevo neanche intravisto il boschetto di querce e cespugli. Premetto che tra una cosa e l'altra, erano due anni che non tornavo a casa per più di una settimana, ammetto che potei anche aver dimenticato la geografia dei miei dintorni natali.
Eppure le neo-ville-pseudo-country con piscina mica me le ricordavo. Che strano. Di colpo, nel giro di 24 mesi, il panorama della campagna portorecanatese è stato stravolto. Dalla collina della mia adolescenza si vedeva il Conero e nei giorni limpidi di sole, anche il profilo tremolante della Dalmazia. Per non parlare dei ciuffi d'erba, dei campi di girasoli, delle casette discrete seminascoste dai mandorli e dalla boscaglia! Sarà che la memoria ingigantisce i ricordi, ma oggi mi stropiccio gli occhi e faccio fatica ad intravedere uno scorcio di mare tra le mura possenti di questi neonati centri residenziali. E poi noto un cartello, sulla destra: "Proprietà Privata, vietato l'ingresso" e capisco. Adesso sono io che mi devo spostare. In nome della civiltà e del progresso tuteliamo il sacrosanto diritto della proprietà privata ad erigersi dove vuole, in beffa agli alberi che taglia e ai nostri (una volta di tutti...) paesaggi naturali e umani, ormai per sempre irrimediabilmente mutilati. A questo punto mi viene un dubbio: ma qualcuno gli avrà pur dato il permesso di costruire...o no?

Foto: letiziajp ©