lunedì, giugno 29, 2009

L'Eurotunnel, dove ci porterà

Se mi chiedessero con quale mezzo mi sposto più volentieri risponderei senza indugio il treno! , non solo per la libertà silenziosa che ti concedono rotaie ben piantate sulla terra, ma anche per il frastorno di arrivi e partenze in tante stazioni diverse del pianeta. Quelle pance scure e umide, sempre brulicanti di odori e di mondo, a metà strada tra la hall di un aereoporto e la fermata del tram. Le stazioni ti fanno guadagnare il viaggio e ti danno il tempo di rimettere in moto i cinque sensi, prima di lanciare il piede fuori, tra la luce e la folla. Quello di sabato 27 giugno, ad esempio, è stato un viaggio fuori dal comune, destinazione: stazione di Londra St-Pancras. Viaggio non proprio esotico, ma speciale per vari motivi: andavo al mio primo concerto di Neil Young ed era la prima volta che a Londra ci arrivavo in treno, viaggiando a -40 metri sotto il fondale marino. E poi il fatto che, a 1 ora e 57 minuti dalla capitale d'Europa, collegata da un passaggio chiamato "Eurotunnel", si piombi in un paese che guarda alla casa comune con costante, britannico, distacco, come quelle automobili che riempi con solo 10 euro alla volta, giusto per evitare di rimanere a secco proprio il giorno del bisogno. Essere costretta ad affrontare una frontiera europea dovendo riesumare i gesti tipici di un viaggio intercontinentale - carta d'identità, controllo di sicurezza, cambio valuta (!) - mi ha fatto riflettere sull'incongruenza della situazione in cui ci troviamo, a un mese dalle elezioni europee: da un lato, la maggioranza dei cittadini ha espresso un (non) voto di sostanziale sfiducia (o inconsapevolezza?) nei confronti del progetto europeo, confermando la freddezza inglese verso il processo di integrazione; dall'altro, resta l'indiscutibilità incompresa degli innumerevoli vantaggi che ha portato con se l'unificazione, nonostante i costi, i rallentamenti e i compromessi che il delicato processo di composizione delle diversità sempre comporta. Per rendersene conto basterebbe sperimentare un giorno senza Europa: annullare l'euro tornando nel caos inflazionistico dei biglietti da 1000 lire, ristabilire con un tratto di penna tutte le frontiere che Schengen ha eliminato, revocare ogni centesimo di sussidio erogato da fondi comunitari, discriminare i lavoratori di un altro paese europeo ma anche viceversa, rialzare le tariffe di trasporti aerei, cellulari e trasferimenti bancari e chiudere tutte le strutture costruite grazie ai fondi strutturali.
Sarà che ho passato gli ultimi quattro mesi immersa in strade e discorsi e documenti che sudano retorica europeista. Saranno gli effetti della crisi finanziaria che ha colpito duro nel cuore della city. Oppure il dispetto per la capacità targata UK di venderci l'inglese come lingua franca, il latte nel thè e la MIFiD, per poi utilizzare immancabilmente il trucchetto dell'opting-out ogni volta che una decisione a 27 puzza troppo di deriva sovranazionale. Sarà tutto questo e la voglia, in fondo, di prendere le meritate distanze dall'indigestione brussellese, eppure sabato, mentre calcolavo quanti euro fanno i pound per un caffè, l'Europa non mi è mai sembrata cosi lontana e arrugginita. Forse è davvero arrivato il momento di nuove idee, dopo aver vissuto per cinquant'anni della rendita lungimirante di uomini che avevano vissuto la guerra e per questo erano determinati a non volerne più sapere. Ma le novità in tempi di crisi, si sa, raramente pagano in consenso popolare. Per questo ha ragione l'Economist, quando sostiene che in fondo Barroso è tanto criticato non tanto perchè sia stato un amministratore inefficiente di una Commissione poco ambiziosa, ma perchè incarna la cattiva coscienza di ciascun capo di governo, che in pubblico muove critiche virtuose, ma nel privato sa che non avrebbe mai sostenuto un capo della Commissione determinato a giocare la partita europea a scapito dei poteri nazionali. Insomma, nella famiglia europea contano ancora più le singole stelline che lo sfondo blu dell'unione. La crisi ci ha reso particolarmente ipocondriaci: costruiamo ponti sugli stretti, canali a ventimilaleghe sotti i mari, gallerie e trafori, perchè cosi è più comodo passare da una parte all'altra, per poi immancabilmente blindarci nel nostro orticello quando fuori tira aria di tempesta. Questo devono aver pensato anche i Tory del partito conservatore inglese, che come promesso in campagna elettorale, sono usciti dal PPE per dare vita ad un nuovo gruppo parlamentare europeo, i Conservatori e Riformisti.



Se la pluralità di espressioni è la ricchezza della democrazia, l'assortimento euroscettico-nazionalista degli alleati dei Tory nel nuovo gruppo solleva forti dubbi sui vantaggi del caso. Di certo non migliora i rapporti già tesi tra Londra e Bruxelles, nonostante l'Eurostar costi cosi poco e il viaggio duri in fondo solo due ore. Chissà come si sarebbe espresso il corrispondente di guerra e primo ministro britannico (1940 - 1945 e 1951-1955) Wiston Churchill, uno dei primi ad invocare la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, unica soluzione che "in pochi anni renderebbe tutta l’Europa .... libera e.... felice."
Sulla via del ritorno St-Pancras-Bruxelles, piena delle emozioni di un concerto storico e della variegata umanità di Camden Town, mi sono venuti in mente i latinoamericani, che ogni volta che li incontri in giro per il mondo e gli chiedi da dove vengono, la prima risposta - quella istintiva, quella di pancia - non è quasi mai Messicano, Boliviano o Peruviano, ma quasi sempre, indiscutibilmente, latinoamericanos. Gli Argentini fanno in genere eccezione, ma questa è una storia che ho già raccontato tempo fa.

Fonte foto: Londra, Hyde Park, giugno 2009 letiziajp ©

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