
Un’analisi dei primi mesi di progetto ha evidenziato che chi accede al microcredito ha bisogni che vanno dalle spese scolastiche dei figli al pagamento della cauzione dell’affitto, all’acquisto di un’auto per recarsi al lavoro, ma soprattutto per estinguere debiti pregressi, sintomo di una società che vede nel consumo un obiettivo irrinunciabile e sta perdendo il senso di un uso consapevole delle risorse a disposizione. Bisogna sottolineare che il microcredito non è un’attività di beneficienza. Ha in sé una dimensione economica importante, che punta a restituire dignità e autonomia alle persone. Dare soldi a fondo perduto sarebbe più facile, ma di certo non utile. Anche se concesso a condizioni particolari un prestito deve essere rimborsato, il debitore deve farsi carico degli impegni assunti. L’obiettivo del Microcredito Sociale è dunque più ambizioso del semplice prestare: punta ad accompagnare le persone verso una più consapevole gestione del denaro, responsabilizzarle sull’importanza del risparmio, inserirle in una rete che dia punti di riferimento e consigli. Per le tre BCC partecipare al progetto è stata una scelta naturale: le casse rurali in Italia sono nate per combattere l’usura e permettere l’accesso al credito alle categorie più deboli. Nei vecchi registri contabili delle casse rurali si scopre che i primi prestiti erano stati concessi per comprare sementi, aratri, una mucche. La vera scommessa, in quei casi, non era farsi restituire il prestito da gente umile, povera, ma il fatto di credere che da quell’aratro o da quelle sementi potesse scaturire il benessere futuro di quelle persone. Fare microcredito oggi vuol dire rinnovare quella fede, quella speranza di cento anni fa. Il progetto Microcredito Sociale può essere dunque riassunto in due elementi: una sfida e una speranza. La sfida è dimostrare che anche la solidarietà, se lungimirante, può essere efficiente: il prestito se ben gestito, a differenza della beneficienza, autoalimenta i fondi a disposizione e permette di arrivare a più persone, durare nel tempo. La speranza è che queste iniziative servano a ricondurre l’attenzione dai numeri all’uomo, con le sue debolezze, i suoi bisogni e i suoi progetti di futuro. Progetti che non sempre sono economicamente misurabili, ma che possono comunque essere degni di fiducia. Anche bancariamente parlando.
1 commento:
“… ero rapito dalla bellezza e dall’eleganza di quelle teorie. Ora, tutt’a un tratto, cominciavo ad avvertire un senso di vuoto. A cosa servono tutte quelle belle teorie se la gente moriva di fame sotto i portici e lungo i marciapiedi ?”
“I poveri non erano tali per stupidità o per pigrizia; anzi, lavoravano tutto il giorno… Erano poveri perché le strutture finanziarie… non erano disposte ad aiutarli ad allargare la loro base economica. Non era un problema di persone, ma di strutture”.
“Mi venne l’idea di sottoporre il problema al direttore della banca locale: sarebbe stato logico che fosse la banca a prestare denaro a chi non aveva un capitale. Sembrava così semplice… in apparenza:
Perché avete bisogno di una garanzia, non vi basta riavere il denaro ? … la loro vita: è la migliore garanzia che possiate mai avere.
Lei è un idealista – sospirò il direttore – Lei passa troppo tempo sui libri… So che lei non abbandonerà facilmente la partita… ma posso dirle con sicurezza che il suo progetto non riuscirà a decollare”.
“E quello fu l’inizio di tutto… Oggi la Banca Grameen ha fatto prestiti per un totale di circa 6 miliardi di dollari. Il tasso di restituzione è del 99%. La banca d’abitudine fa profitti (nel 2006 pari a 20 milioni di dollari e per la prima volta è stato distribuito un dividendo alle clienti in quanto socie ed azioniste della banca)… è autosufficiente… il 58% dei nostri affidati ha superato la soglia della povertà… nel Bangladesh l’80% delle famiglie povere è stata raggiunta dal microcredito. Il nostro auspicio è che, ora del 2010, ciò avvenga per il 100% delle famiglie povere”.
“Io credo davvero che noi possiamo creare un mondo senza povertà se collettivamente ci crediamo. In tale mondo, il solo posto dove sareste in grado di vedere ancora la povertà sarebbero i musei della povertà. Quando i bambini delle scuole andassero a visitare questi musei, resterebbero orripilanti nel vedere la miseria e l’indegnità di alcuni essere umani. Biasimerebbero i loro antenati per aver tollerato tale inumana condizione, che è esistita così a lungo, per talmente tanta gente”.
Mohammad Yunus – Premio Nobel per la Pace 2006
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