giovedì, dicembre 18, 2008

Anche bancariamente parlando

In Italia due milioni di famiglie vivono in condizioni di povertà e quasi un milione è a rischio povertà. Ciò significa che qualsiasi evento imprevisto può influire negativamente sul precario benessere familiare, spesso in maniera irreversibile. A dirlo non è soltanto l’Istat, ma soprattutto le testimonianze raccolte dalla Caritas in molte città italiane. Storie che parlano di famiglie comuni che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese e sono costrette a indebitarsi o a ricorrere ai centri assistenziali, nonostante abbiano un lavoro e un reddito. Per queste persone l’accesso a un credito agevolato può diventare determinante per superare il momento di crisi. Da questa consapevolezza la Caritas della diocesi di Brescia, in collaborazione con tre banche di credito cooperativo della provincia ha avviato un progetto Microcredito Sociale, per concedere prestiti di piccolo ammontare a condizioni favorevoli a persone in situazioni di particolare difficoltà. Come funziona? Il meccanismo è semplice: la Caritas ha predisposto un fondo di garanzia di 45.000€, le tre BCC lo hanno moltiplicato per quattro, stanziando risorse per 180.000€ e hanno messo a disposizione tre ex dipendenti in pensione che, con la loro esperienza possono aiutare a trovare le soluzioni più adatte ai bisogni incontrati. Per accedere al microcredito bisogna rivolgersi a un “garante morale” che verifichi i requisiti e introduca la persona al progetto. In questo modo si è dato vita a una rete di soggetti che accompagnano l’individuo per tutto il periodo di difficoltà, ben oltre l’aspetto finanziario.
Un’analisi dei primi mesi di progetto ha evidenziato che chi accede al microcredito ha bisogni che vanno dalle spese scolastiche dei figli al pagamento della cauzione dell’affitto, all’acquisto di un’auto per recarsi al lavoro, ma soprattutto per estinguere debiti pregressi, sintomo di una società che vede nel consumo un obiettivo irrinunciabile e sta perdendo il senso di un uso consapevole delle risorse a disposizione. Bisogna sottolineare che il microcredito non è un’attività di beneficienza. Ha in sé una dimensione economica importante, che punta a restituire dignità e autonomia alle persone. Dare soldi a fondo perduto sarebbe più facile, ma di certo non utile. Anche se concesso a condizioni particolari un prestito deve essere rimborsato, il debitore deve farsi carico degli impegni assunti. L’obiettivo del Microcredito Sociale è dunque più ambizioso del semplice prestare: punta ad accompagnare le persone verso una più consapevole gestione del denaro, responsabilizzarle sull’importanza del risparmio, inserirle in una rete che dia punti di riferimento e consigli. Per le tre BCC partecipare al progetto è stata una scelta naturale: le casse rurali in Italia sono nate per combattere l’usura e permettere l’accesso al credito alle categorie più deboli. Nei vecchi registri contabili delle casse rurali si scopre che i primi prestiti erano stati concessi per comprare sementi, aratri, una mucche. La vera scommessa, in quei casi, non era farsi restituire il prestito da gente umile, povera, ma il fatto di credere che da quell’aratro o da quelle sementi potesse scaturire il benessere futuro di quelle persone. Fare microcredito oggi vuol dire rinnovare quella fede, quella speranza di cento anni fa. Il progetto Microcredito Sociale può essere dunque riassunto in due elementi: una sfida e una speranza. La sfida è dimostrare che anche la solidarietà, se lungimirante, può essere efficiente: il prestito se ben gestito, a differenza della beneficienza, autoalimenta i fondi a disposizione e permette di arrivare a più persone, durare nel tempo. La speranza è che queste iniziative servano a ricondurre l’attenzione dai numeri all’uomo, con le sue debolezze, i suoi bisogni e i suoi progetti di futuro. Progetti che non sempre sono economicamente misurabili, ma che possono comunque essere degni di fiducia. Anche bancariamente parlando.

venerdì, dicembre 05, 2008

Je n'ai pas peur de la route
Faudra voir, faut qu'on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien (là)
Le vent nous portera

Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera

martedì, dicembre 02, 2008

Controluci di Natale

Nonostante i suoi 20 gradi al sole, anche Durango si prepara al Natale. Se da noi vanno di moda le luminarie natalizie, che fanno cosi atmosfera se accompagnate da qualche fiocco di neve, qui l'illuminazione si moltiplica per quattro, non c'è albero, palo della luce, balcone dei palazzi o semaforo che la scampi dal rivestimento navideno. Nella migliore tradizione latinoamericana, quello che conta è eccedere e a Durango, altopiano temperato situato nel cuore della mezzaluna messicana, nessuno vuol essere da meno. Mi aggiro nel tripudio di luci e lucine, mentre la gente come onda di formiche invade la piazza principale di chiacchiere e risate e mi chiedo se per una volta il Messico sia rimasto indenne dalla crisi. I messicani ci tengono ad essere chiamati nordamericani, per non confornderli con i vicini del centro - decisamente più poveri - e con i cugini del sud - decisamente un emisfero a parte. Con l'America targata USA, invece, sono tante le cose in comune: le maquilladoras, il trattato di libero commercio, la repubblica presidenziale, l'idiosincrasia per lo spostarsi a piedi e il mangiare salutare, una delle frontiere più trafficate del mondo, l'hobby di passare i sabati pomeriggio a spasso per il Mall, l'alto tasso di diabete e obesità, anche fra i più giovani. Eppure l'attuale crisi finanziaria non sembra aver scosso più di tanto Mexico City, nonostante il panorama bancario messicano sia popolato quasi esclusivamente da banche straniere. Un Natale tranquillo dunque, per gli Stati Uniti del Messico. Eppure....
Eppure qualche cambiamento c'è stato. Le crisi finanziarie sono le più subdole, le uniche in grado di innescare in pochissimo tempo una diffusione sistemica di malanni e crepe. Per questo non c'è da stupirsi se il primo campanello di allarme per il Messico non sia da ricercare nei bilanci delle banche, ma nei dati demografici. Negli ultimi sei mesi i flussi migratori si sono invertiti. Nonostante le traversie affrontate per passare in terra statunitense, la gente - soprattutto quella in possesso di visto - ritorna a casa. E non certo per festeggiare il Natale. La crisi dell'economia reale americana ha aperto le porte allo spettro della disoccupazione anche e soprattutto per gli immigrati latini, che fino ad oggi con le loro rimesse hanno contribuito sostanzialmente alla crescita del Pil dei rispettivi paesi di origine. L'impossibilità di mantenersi nella terra del fast food e generare al tempo stesso un reddito sufficiente per inviare risparmi a casa li ha convinti ad intraprendere la strada all'inverso. Un dato preoccupante per il Messico, per cui le rimesse negli ultimi anni hanno rappresentato la seconda entrata del paese, dopo il petrolio.
Durango è uno dei paesi della federazione con il più alto tasso di immigrazione: si stima che circa il 30% della popolazione economicamente attiva viva attualmente negli USA. Di solito il ritorno in patria coincide con il raggiungimento del benessere economico, in questo caso parliamo di una misura di emergenza: tra essere disoccupati a Chicago e essere disoccupati a Durango, meglio Durango. Dove la vita costa meno, la gente è sempre sorridente, non vieni trattato da cittadino di seconda mano e nell'informalità si trova sempre un modo per potersi arrangiare. Solo che nel tempo gli standard di vita mantenuti dalle rimesse calano, i posti di lavoro che Città del Messico promette di creare attraverso le grandi opere pubbliche non sono comunque sufficienti per assorbire i nuovi flussi in entrata e cresce in modo preoccupante il tasso di criminalità dovuto, secondo studi dell'Università locale, proprio alla mancanza di occupazione. Dati alla mano, forse le luci Natalizie di Durango appaiono in un certo senso meno luminose, ma per i messicani le nuvole oscure che si ammassano all'orizzonte non sono mai un buon motivo per non festeggiare. Il presente è ciò che conta e nel presente, seppur incerto, !que viva Mexico! Con un di pazienza la locomotiva americana si rimetterà in moto e comincerà ad emergere con ancora più chiarezza che i posti vacanti lasciati dagli emigrati tornati in patria sono un costo insostenibile per un paese che ha l'ambizione di continuare a crescere. Intanto i ladinos emigrati in Italia sembrano immuni all’austerità europea, obbedendo alla lettera all’incitamento del primo ministro dello stato che li ospita: consumano, riempiendo bagagli a mano straripanti e gonfi. Con buona pace di chi attende pazientemente in fila la possibilità di raggiungere il proprio posto, incastrato tra il cicaleccio di due simpatiche signore messicane e lo spazio ingombrato dai loro vistosissimi regali di Natale.

Fonte foto: Messico, novembre 2008 letiziajp ©

giovedì, novembre 13, 2008

L'epoca delle passioni tristi

La fiducia è una cosa importante. E fra tutte, la fiducia nel futuro è l'unico motore in grado di alimentare la vita, renderla diversa dal mero sopravvivere. C'è stata un'epoca in cui tutto era possibile, l'avvenire carico di promesse, la strada dell'umanità pavimentata col cemento solido di un progresso inevitabile. Gramsci diceva che bisogna essere pessimisti con la ragione e ottimisti con la volontà. Forse voleva dire che nella vita occorre pragmatismo e che a vedere il mondo solo rosa si cade nello stesso errore del bianco e nero, l'illusione che sia possibile definire la complessità con un solo colore.
Pensavamo che avremmo potuto risolvere qualsiasi cosa "non ancora conosciuta" soltato rendendola intelleggibile, trovando il teorema alla base del dubbio. Per questo il futuro era speranza, perchè in esso si celavano, ai nostri occhi, tutte le risposte ai problemi del presente. Ma quando ci siamo resi conto che la guerra è ancora un evento possibile, che la ricerca medica non ha trovato rimedi sicuri contro le piaghe del nostro secolo, che siamo ancora oggi in balia dell'ignoto, dell'imprevedibile, abbiamo perso quell'ingenuo equilibrio che ci tendeva proiettati verso un futuro sicuramente migliore. Da quell'altezza non potevamo che farci male. Oggi l'individuo è inserito in un contesto di costante precarietà, dove il modello pregnante dell'homo oeconomicus lo spinge a misurare il proprio grado di successo solo in termini di forza, di capacità di emergere anche - e nonostante - a scapito degli altri. All'ottimismo verso il futuro si sostituisce uno stato di perenne emergenza . E' questo il fattore scatenante delle passioni tristi che Miguel Benasayag e Gerard Schmit passano al lumicino, cercando di dimostrare in un libro fino e accessibile, che la ragione profonda di tanta tristezza non è il sintomo di una patologia diffusa, ma piuttosto la reazione inevitabile alle regole economicistiche su cui si basa la nostra società. La forza rappresenta una tale ossessione che libero diventa colui che domina, il suo tempo, il suo ambiente, le sue relazioni, gli altri. Il mito della società dell'individuo, "ci fa credere che tutto quello che ci accade potrebbe essere diverso e ognuno di noi potrebbe essere un altro". Se questa è l'impostazione, è chiaro che qualsisi tentativo di staccarci da noi stessi per emulare un modello ci insinua dentro un senso di irrimediabile tristezza, "perchè negare ciò che siamo non ci rende altri, ci rende soltanto più impotenti". La ricetta per uscirne? Non necessariamente facendo dello psichiatra il nostro punto di riferimento, come accade oggi in paesi insospettabili come l'Argentina, che ha il maggior numero di psicologi per abitante - uno ogni 1000 - più piscologi che sportelli bancari insomma. Nell'immediato sarebbe sufficiente invertire la tendenza e coltivare passioni gioiose, efficaci per fagocitare quel sottofondo di perenne tristezza che ci fa vivere il mondo come un'ingestibile minaccia. Consapevoli di non essere soli. I legami con gli altri non sono un vincolo alla libertà, ma piuttosto la radice che ci tiene ancorati al mondo e nel farci parte di esso, dà un senso credibile alla nostra esistenza.

martedì, novembre 11, 2008

Cartoline per Natale

Nasce in Inghilterra The Big Picture – il grande disegno – cooperativa che commercializza le opere d’arte create dai bambini di strada di diverse parti del mondo. Secondo le Nazioni Unite, i bambini di strada nel mondo sono oggi 100 milioni e lo stato di abbandono in cui si trovano a vivere li rende più vulnerabili all’insorgere di problemi psicofisici, abusi sessuali, dipendenza da droghe e propensione a cadere nel vortice della criminalità. Da parte sua, la cooperativa rifornisce di materiali e finanziamenti le organizzazioni partner che lavorano con bambini di strada. I bambini usano il materiale per produrre lavori artistici che poi vengono venduti dalla Big Picture tramite il proprio web site. Dall’altro lato, le organizzazioni che collaborano al progetto ricevono dalla cooperativa anticipi mensili per realizzare i lavori e ulteriori fondi in base al fatturato. I disegni sono poi incorniciati da dei detenuti che lavorano nella cooperativa per cicli di quattro settimane, come parte del proprio programma di riabilitazione. Durante tutto il periodo i detenuti vengono totalmente integrati nella cooperativa e hanno voce in capitolo sulle scelte aziendali, ricevono formazione sulla storia, valori e principi del Movimento Cooperativo e hanno la possibilità di sperimentare una modalità di lavoro autenticamente democratico. La speranza della Big Picture è che una volta scontata la pena, i detenuti possano reinventarsi una vita all’interno del settore cooperativo.
Voglia di contribuire, senza rinunciare a un regalo originale? Il sito web della Big Picture è ricco di stampe e disegni che possono essere acquistati direttamente on-line e usati come biglietti natalizi o come carte da visita per imprese che vogliono investire in attività di responsabilità sociale. Il ricavato dalla vendita delle opere dei bambini viene equamente suddiviso tra la cooperativa e i partner stranieri, per il momento organizzazioni che lavorano in Messico, Swaziland e India.

sabato, novembre 01, 2008

Relativamente, a volte

Ogni tanto viaggio e sto via a lungo. Non so mai quando sarà la prossima partenza, quanto durerà, le persone che incontrerò. E' come vivere sospesi, ma bene, con curiosità, con attesa. L'ultima volta, tra un giro e l'altro, è durata tre settimane. Su e giù per il Messico, dai saloni soffusi e ovattati del Congresso di un piccolo stato, su a nord, alle baracche umili ma fieramente dignitose di una comunità che ancora oggi lotta - rischiando, per inerzia, di dimenticare perchè - per mantenere la sua identità. Viaggio, insomma, con la passione del viaggiare. Poi torno e ogni volta ho la sensazione di essere stata sempre lì, ma con qualcosa dentro in più, a premere, a iniettarmi dentro quella droga del ripartire ancora. Anche l'Italia è cambiata in questi anni, i suoi colori, i suoi odori intendo. I miei vicini di casa sono indiani e ogni volta che salgo le scale, sul pianerottolo, mi assale il profumo dolce e pungente di piatti lontanissimi epenso che non ci vuole niente, a volte, a portarsi dietro la propria casa. L'altro giorno, appena rientrati dal Messico, la mamma indiana mi ferma per le scale esclamando: "Alisha (non ha mai imparao il mio nome, ho lasciato fare...), tantissimo che non vedo te, dove andata?". Sono stata via per lavoro - faccio io - in Messico. "Messico??" fa lei sgranando gli occhioni. Poi deve averci pensato su, credendo di aver capito e con tutto il trasporto che ti dà l'empatia aggiunge "perchè Messico, non esserci più lavoro in Italia per te?".
Non esserci più lavoro in Italia per me...come glielo spiego che il mio lavoro in Italia prevede proprio che io me ne vada in giro per l'America Latina, che il mio viaggio non è imposto, come il suo, che in India ci ha lasciato genitori e un figlio e la prospettiva di rivederli è tra due anni perchè il volo da qui a là costa una fortuna? Ho pensato di spiegarglielo ma poi ci siamo guardate, lì sulle scale, con il passo di entrambe già per metà altrove. La libertà è un concetto relativo e io non ho trovato le parole.

venerdì, ottobre 31, 2008

Società Aperta

Ho sempre pensato che l’ingrediente fondamentale di un buon programma TV fosse prima di tutto un buon presentatore. Eppure, nonostante preferissi di gran lunga la pinguedine acuta di Giuliano Ferrara, Otto e Mezzo continua ad essere un bel programma di approfondimento, a prescindere dal restiling imposto dai primi piani civettuoli delle pose sbilenche della Gruber.
L’altra sera il programma era incentrato sul rapporto tra Chiesa e Islam alla vigilia dell'apertura del Forum cattolico musulmano. Dopo un primo tumulto iniziale di noi e voi, Samir Khalil Samir docente all'Università Saint Joseph, in collegamento da Beirut, ha preso timidamente la parola con un commento che non m’aspettavo. Non cito testualmente, ma suonava più o meno cosi: “voi italiani dovreste smetterla di discutere se togliere o meno il crocifisso, fare o meno il presepe, ammettere o meno il velo nelle scuole. Avete le vostre leggi, fate in modo che siano uguali per tutti e non smontabili caso per caso a seconda degli influssi esterni. Dovreste prima di tutto essere orgogliosi della vostra cultura e coerenti con essa. Le altre culture dovrebbero servire per arricchirvi non per creare confusione sociale”. Ovvero, non possiamo essere dei mediatori culturali, se non abbiamo chiaramente presente qual è la nostra identità, come possiamo dialogare con gli altri? Mi sento di condividere, al di là di qualsiasi convinzione velatamente buonista. Il punto è proprio qui, nel corpo molle dell’identità italiana.
Mi viene in mente un libro di Sartori che ho letto tempo fa, intitolato Pluralismo, Multiculturalismo ed estranei. Partiva dalla domanda “posto che una buona società non deve essere chiusa, quanto aperta può essere una società aperta?”. Secondo Sartori la società aperta coincide con una società pluralistica – contrapposta a quella multiculturale perché fondata sulla tolleranza e non sulla differenziazione a tutti i costi - una comunità nella quale i diversi e le loro diversità si rispettano e si fanno concessioni reciproche. Rendere cittadino chi si prende i beni-diritti soggettivi, ma non si sente tenuto in cambio a contribuire alla loro produzione, è creare un cittadino “differenziato” che rischia di balcanizzare la città pluralistica. Il che equivale a dire che “il muticulturalismo crea identità rafforzate…configurando lo spezzettamento della comunità pluralistica in sottoinsiemi di comunità chiuse e disomogenee”. Il saggio di Sartori è complesso, ma il pensiero di fondo è che l’armonia di una società pluralistica sta nell’accettare la diversità che vive in essa, senza voler omogeneizzare in nome di un illuminato melting pot. Perché se nell’accettazione di culture “altre” non c’è reciprocità - ma piuttosto rifiuto della nostra – il gioco non è a somma zero. Essere tolleranti non vuol dire negare se stessi, perché la tolleranza non esalta l’altro e l’alterità: li accetta…Nell’essere tolleranti verso gli altri ci aspettiamo a nostra volta di essere tollerati. Purtroppo per la nostra società, che si vuole multiculturale, non sempre funziona cosi.

mercoledì, ottobre 29, 2008

appunti calligrafici

Dove sto andando? – si domandò
Il vento sfogliava le pagine spesse di un giornale locale, con colori lucidi tra le dita callose dell’uomo di fronte, sgualciti come parole sbavate. C’era calma, nonostante il rumore del traffico di sottofondo. Sbattere di posate appena lucidate, tintinnio di bicchieri, pochi avventori data l’ora e un silenzio ispessito da conversazioni sussurrate a metà. La semplicità di una farfalla che svolazzava tra i fiori di un cespuglio curato da poco, l’odore di erba giovane tosata, di escrementi di cani sciolti, di margherite gialle inclinate storte verso un sole finalmente primaverile. Si nasconde una qualche consapevolezza dietro l’accortezza di mani che avvicinano la tazza fumante al viso, sorseggiando piano un caffè da due lire? Vita semplice, in assenza di metafore, l’ombra di un moscerino che incide un solco breve sulla pagina che stava scrivendo, come il viaggio di un aeroplano, una traccia o un cammino. Notò che non aveva più nulla da dire. Forse le parole sarebbero uscite sotto altra forma, come la coscienza che argina il flusso per non lasciarsi sopraffare dal vuoto, per navigare nell’unico tratto di mare calmo, il silenzio. L’unica regola da seguire sarebbe comunque stata la rigorosità, l’accortezza nella descrizione dell’esistenza umana, che esclude la banalità da ogni riflessione. L’inutilità di alcune osservazioni ti lasciano inerte. Voleva in fondo quello che tutti vogliono, sentirsi conforme con le pieghe quotidiane dell’esistenza. Intanto i bambini di strada - figli delle strade di Baires dal 2002 - trascinavano la loro povertà tra i tavoli, mentre gli avventori di mezzogiorno continuavano le loro conversazioni indispensabili e urgenti, come se la vita non fosse di fatto solo un perpetuo altrove.

lunedì, ottobre 27, 2008

Terra, lavoro e capitale interest free

Nella stessa giornata mi è capitato tra le mani più volte, un articolo di giornale, un amico che me ne parla, una rivista che lo mette in prima pagina. Non è ancora un fenomeno ma l'attualità a cui assistiamo inermi ne fa sicuramente una potenziale tendenza e allora ho deciso di rifletterci su. Si chiama Jak (terra, lavoro, capitale), è una banca cooperativa e nasce in Svezia, patria di molte altre trovate ecologiche e sostenibili. Questa volta la trovata è di natura finanziaria e non è una novità: la Jak Bank opera informalmente dal 1965, opera su tutto il territorio svedese e nel 1997 è stata riconosciuta come banca dall'autorità di vigilanza nazionale. Ad essere rivoluzionaria - rispetto al comune sentire - è piuttosto la filosofia che c'è dietro: il credito non deve generare interesse. Concetto molto vicino a quello promosso dalla "finanza islamica", l'idea dei fondatori della Jak è che qualsiasi tipo di speculazione non può essere sostenibile nel lungo periodo, a maggior ragione la speculazione sul denaro, monito amaro in un'epoca che sta assistendo all'implosione dei credo universalmente accettati dell'alta finanza. Il sistema promosso dalla Jak si fonda sull'assenza di interesse nei servizi di raccolta e d'impiego: i soci della banca possono accedere ai prestiti in proporzione al risparmio accumulato - punti di risparmio - su cui pagano una commissione complessiva che serve esclusivamente a ripagare la banca dei costi sostenuti per il servizio (intorno al 2.5% fisso). Il sistema può presentare delle criticità nel momento in cui si passa da microprestiti a crediti di più alto ammontare, tenendo in considerazione che il risparmio obbligatorio è comunque non remunerato e se immobilizzato per lungo periodo, in condizioni di alta inflazione, può portare all'erosione del proprio capitale. Tuttavia, come tutti gli strumenti fuori dal comune, il sistema difeso da Jak per tutti questi anni lancia dei segnali che oggi più che mai risultano appetibili - socialmente parlando....Nel maggio 2008, pochi mesi prima dello scoppio della crisi finanziaria, l'esperienza della Jak Bank diventava protagonista su Rai 3 di una puntata di Report. Da lì il tam tam è stato immediato, tanto che a settembre di quest'anno nasceva formalmente Jak bank Italia, un'associazione culturale con sede a Firenze che si propone di lavorare sulle orme della banca cooperativa svedese per arrivare presto a una Jak bank anche in Italia. Sarà - culturalmente - fattibile nel belpaese? In Italia esistono 449 banche di credito cooperativo, una Banca Etica e una neonata rete di istituzioni di microfinanza che a vario titolo si muovono nel microcosmo di famiglie italiane che pur in crescente difficoltà non hanno ancora raggiunto i livelli di indebitamento del resto d'Europa (fino a poco tempo fa venivamo considerati arretrati per questo, oggi sembra averci salvato - per il momento - dal tracollo finanziario) . Un microcosmo complesso, in bilico tra il bancario e il sociale, che pur ricercando una logica nella contraddizzione apparente tra beneficio sociale e profitto, non rinuncia alla ricerca di un utile annuale, elemento in molti casi essenziale per rendere l'istituzione forte e sostenibile. Il caso della Jak Bank può essere applicabile su larga scala, lo dimostrano i suoi 35.000 soci, alcuni anche fuori confine e può effettivamente contaminare positivamente la società: un effetto trickle-down virtuoso dove il costo più basso dei prestiti ricevuti da un produttore si riversano sul consumatore sotto forma di prodotti meno costosi. Ma c'è qualcosa in questo meccanismo che continua a non convincermi...la sua replicabilità in ogni caso, intendo. Per essere veramente efficace dovrebbe essere in grado di sostenere il tessuto produttivo senza vincolare le imprese - strutturalmente bisognose di circolante - al risparmio obbligatorio. Ma in tal caso chi è disposto a risparmiare al loro posto a costo zero? E se una o più imprese in un momento di crisi non sono più in grado di restituire, come si mantiene in piedi il sistema se non ha accumulato riserve sufficienti? Forse la risposta è culturale, figlia di una società nordeuropea culturalmente diversa dall'Italia latina in cui viviamo. Da noi esperienze simili si chiamano MAG (mutue auto gestione) o GAS (gruppi di acquisto solidale), sono dimensionalmente limitate e le condizioni proposte volontaristiche, difficilemente sostenibili come modello su larga scala. Però...esistono anche esperienze di nicchia, che fanno della banca uno "strumento al servizio", veicolando il rispamio di cittadini consapevoli ed informati verso attività imprenditoriali meritevoli, ma prive di accesso al credito. Ancora una volta sono idee di frontiera, goegraficamente parlando. Una di queste è Ethical Banking, il servizio di finanza reposabile della cassa rurale di Bolzano. Vale sempre la pena informarsi, equivale a regalarsi la possibilità di scegliere.
Fonte foto

giovedì, ottobre 23, 2008

Una Rete per l'eccelenza nazionale

Esistono dei giovani in Italia che non hanno smesso di credere alla potenza delle idee che nascono tra una birra e l'altra degli anni dell'università. Me ne ricordo tanti di progetti così - bizzarri, sconclusionati ma cosi importanti per "fare atterrare" quelle formule astratte e fumose dei libri che tutti siamo stati costretti a digerire... - progetti forti, progetti spesso abortiti prima ancora di uscire dal locale. Tra tanti, ce n'è uno che invece ha preso piede, poco a poco, grazie alla passione e alla dedizione di pochi giovani testardi, che non considerano poi cosi utopico poter cambiare l'Italia. E' cosi che è nata RENA - una rete per l'eccellenza nazionale - "spazio dove si incontrano, si conoscono, e sviluppano progetti comuni un giornalista del Financial Times, un neurologo, un imprenditore del settore delle telecomunicazioni, una sociologa dell’organizzazione, un architetto, un funzionario della Commissione europea, un pubblicitario, una ricercatrice sui temi dell’immigrazione, un assessore del Comune di Ancona, un tenente della Difesa, un progettista di impianti chimici, un docente di diritto urbanistico, e altre decine di italiani come loro".
Molti di loro li ho conosciuti tra i banchi dell'università. Le idee non sono solo bolle di speculazione astratta. A volte scoppiano e la contaminazione che ne deriva è tanto impercettibile quanto potente. Visti gli obiettivi che si propone, il miglior augurio che si può fare alla RENA è di riuscire a contaminare, in maniera irreversibile, il nostro paese.
Per saperne di più, visitate: RENA

martedì, ottobre 14, 2008

Le jour où le Mexique fut privé de tortillas...

Qualche tempo fa scriveva Anne Vigna, su Le Monde Diplomatique , che "entré en vigueur il y a quatorze ans, l'accord de libre-échange nord américain a eu des effets dévastateurs sur l'agriculture du Mexique. Les productions américaines (subventionnées) ont inondé ce pays et ruiné des millions de petits paysans". La prima volta che sono andata in Messico la stampa locale salutava con giubilo l'apertura totale del commercio con gli altri due giganti del NAFTA (USA e Canada) avvenuta nel gennaio del 2008, sostenendo che avrebbe permesso al Messico di aumentare ulteriormente la produzione di mais, grazie soprattutto alla domanda crescente per la produzione di etanolo. Cosi, mentre alla frontiera tra Messico e Stati Uniti si inaspriscono filo spinato e controlli, il commercio tra i due paesi non è mai stato così libero di circolare. O almeno sulla carta. Perchè gli steccati, anche quelli economici, sono duri a cadere del tutto, soprattutto quando c'è in gioco la difesa dell'interesse nazionale. Ed è così che la nazione che più di tutte ha incarnato l'ideale di libertà, si permette delle licenze proprio nei confronti dei propri produttori: nonostante il NAFTA, i sussidi al'agricoltura ammontano in Messico a 700 US$/produttore, ma negli Stati Uniti gli US$ sono 21.000. Cosi, mentre il potere giudiziario americano si prodigava per imporre una serie di embargo ai prodotti messicani in entrata, il Messico diventava dipendente dalla produzione di mais degli Stati Uniti , sovvenzionata e quindi paradossalmente meno costosa della produzione interna. Durante l'ultimo viaggio, solo pochi giorni fa, ho voluto quindi approfondire. Il mio unico interlocutore, per molti giorni, è stato un funzionario governativo, onesto ma per sua natura...diplomatico. Mi ha detto che si, potrebbe andare meglio, il campo messicano sta soffrendo di una crisi seria, prima di tutto perchè l'apertura del commercio con i vicini più a nord non è stata a suo tempo accompagnata da seri investimenti in formazione, miglioramento della produzione e certificazioni di qualità. Inoltre l'abbandono quasi totale dei sussidi non è stato a sua volta compensato da un accesso al credito per il settore agricolo, che si è trovato quindi solo e inevitabilmente impreparato di fronte all'apertura delle frontiere doganali. Ultimamente il governo messicano - o meglio, a discrezione, i singoli stati che compongono la federazione - ha cercato di ovviare alle debolezze dei propri produttori, inventando programmi pubblici a finanziamento del settore. Risorse comunque limitate, di difficile accesso, che sostituiscono un'attenta politica di promozione dell'efficienza con una toppa pubblica di stampo velatamente paternalista. Alcuni stati, più lungimiranti, si stanno ingegnando nella ricerca di più illuminate alternative, vedendo nelle cooperative di credito un possibile strumento di sviluppo dal basso, più efficace perchè alternativo allo Stato, più efficiente perchè basato su una logica di imprenditoriale reciprocità.
Intanto rifletto sull'ironia di una situazione in cui un kilo di mais riesce a passare la frontiera off limits di Sonora con molta più facilità - e comodità - di un qualsiasi cittadino messicano. Del resto, a cosa serve la liberalizzazione del commercio se poi non si traduce in un reale progresso di tutti gli Stati che vi partecipano? Per i motivi di cui sopra, e per alcuni altri, il NAFTA non si è tradotto per il Messico in uno strumento capace di creare posti di lavoro. Anzi, nel caso dell'agricoltura li ha addirittura distrutti e anche nel terziario, dopo l'entrata della Cina nel WTO, l'orizzonte non è roseo. Di cosa vivono dunque i Messicani? Paradossalmente, il bene d'esportazione più redditizio per il Messico è attualmente....l'uomo. Un terzo della popolazione messicana dipende dal sostegno finanziario dei parenti emigrati negli Stati Uniti, flussi di rimesse che nel 2006 hanno raggiunto i 23 miliardi di dollari. E' banale, ma finchè non si creeranno alternative credibili e durature in loco, gli Stati Uniti non potranno pensare di arginare il flusso di immigrazione clandestina che giornalmente mette alla prova le sue frontiere, e il Messico non potrà investire le risorse generate dall'immigrazione e dal commercio in azioni di sviluppo per la propria popolazione...
Gli ultimi giorni li abbiamo passati in una comunità indigena Tepehuana dello Stato di Durango, una delle tante rappresentanti dell'incredibile varietà etnica di questo meraviglioso, contraddittorio, ricchissimo paese. Niente energia elettrica, niente telefono, niente Internet, niente strade asfaltate. Soltanto distese interminabili di fiori rosa punteggiate di bambini e baracche. Un paradiso fatto però di povertà. La gente senza tutti questi "beni materiali" vive più serena? No, è semplicemente più fatalista. L'alcolismo è un problema ancora forte in queste comunità, così come l'analfabetismo e, negli ultimi anni, l'obesità. Rigoberta Menchù, pacifista guatemalteca, nobel per la pace, diceva: "c'è a chi tocca dare il proprio sangue e c'è a chi tocca dare le proprie forze; perciò, finchè possiamo, diamo forza". Il Messico è oggi considerata la 12° potenza economica al mondo, la 2° d'America Latina, uno dei maggiori produttori di petrolio, partner commerciale delle economie più avanzate. I suoi cittadini stanno già "dando forza", ma per almeno il 70% di loro sono briciole quelle che tornano indietro. Fino a quando immigrare sarà l'unica alternativa possibile, cosa può essergli chiesto di dare ancora?
Fonte foto: Messico, ottobre 2008 letiziajp ©

venerdì, ottobre 03, 2008

Caminante no hay camino...

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino
sino estelas en el mar…

Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre el mar.

Antonio Machado

lunedì, settembre 08, 2008

Il golfo dei poeti

"...veggo dall'alto fiammeggiar le stelle, cui di lontan fa specchio il mare...", cantava Leopardi perso nei versi della Ginestra. Parole dimenticate, che ho ritrovato incastonate in una lastra di marmo sulla parete di un sentiero a picco sul mare, a molti chilometri di distanza dalla terra natia del mio compaesano. Non ho ben capito cos'abbia a che vedere Leopardi con La Spezia, ma del resto, la location che ha voluto ricordare il poeta recanatese è più che azzeccata. Il Golfo dei Poeti, gomito di mare che si estende da Lerici a Portovenere - abbracciando tra due promontori spiagge, coste frastagliate, mare azzurro, antichi borghi e natura selvaggia - è stato amato e ricordato da poeti e scrittori come Shelley, Byron, Petrarca e Montale. E non faccio fatica a capire perchè. Quello di Portovenere è un mare che ispira, soprattutto se ci si arriva dall'alto, accompagnati da passi incerti, uliveti e natura aggrovigliata su 6 ore di sentiero a picco sul mare. La natura ha di stupefacente il fatto che ti permette di esserne parte e di osservare al tempo stesso, come dal di fuori, un didentro fatto di viottoli di terra battuta, barchette colorate, persone lontanissime, piccole e lente, che si muovono nei mercati come api assonnate, gente vip a bordo di barconi lussureggianti, che sfoggia un benessere sicuro ma mai sfacciato, protetto com'è dal contorno del mare. Portovenere è stato, da un certo punto di vista, un ritorno ad una realtà preconfezionata, dopo due giorni intensi passati a percorrere a piedi i cinque punti cardinali della bassa Liguria. Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore, paesini con una manciata di case che abbracciano la parete di roccia a strapiombo sul mare, per gettarsi verso l'alto, sviluppando vicoli e vicoletti, insenature di pietra tra le case punteggiate di orti, ulivi, vigneti fitti e odore di pesce arrostito. Sarà stata la tranquillità del finire d'agosto, che ha rinfrescato le serate e riportato la gente del posto a riappropriarsi degli spazi invasi dai turisti d'alta stagione. Sarà stata la suggestione dei tramonti, dove dalla terrazza del nostro B&B guardavo ogni sera lo stupore di un sole sciogliersi nel mare, lasciando il posto a un fiammeggiar di stelle mai disturbato dall'inquinamento luminoso dei miei giorni cittadini. Sarà stato tutto quel cicaleccio d'anziani, che ogni sera trovava posto sulle panchine di pietra davanti al mare, discutendo animatamente in un dialetto incomprensibile e salutando con un gesto lento della mano ad ogni mio passaggio. Insomma, porto a casa la sensazione di un'Italia di cui andare orgogliosi. A metà strada tra il chianti e il sud della Francia, le cinque terre non sono il posto più economico dove passare le vacanze, ma sicuramente un rifugio ben protetto dove scappare in un week end fuori stagione, per riconciliarsi con il nostro paese. Cosi meschino a volte, cosi poco incline ad essere lodato dalla stampa internazionale, ma nonostante tutto ricco di tante piccole pietre preziose, che sta solo al nostro buon senso non vendere per pochi denari, ma salvaguardare. Per noi, per non perdere quegli angoli dove andare per riconciliarsi col mondo. Altrimenti il futuro è incerto, rischiamo di perdere delle radici che ci appartengono, per andare alla ricerca di un turismo preconfezionato. Di quelle partenze comode dove giri il mondo senza sapere dove sei stato, chiuso nel perimentro sicuro e circoscritto di un villaggio-vancaze. Il B&B che mi ha ospitato bisogna avere la pazienza di cercarselo su Internet e arrivarci a piedi da Manarola attraverso un sentiero di gradini che sale per circa mezz'ora negli uliveti. E' una faticaccia che si può evitare, il Comune ha messo a dispozione navette a basso impatto ambientale. Ma vi assicuro che la scarpinata vale la gentilezza della gente del posto, la terrazza luminosa a picco sul mare e una delle colazioni più dolci e più lente che riusciate ad immaginare. Eppure..chissà cos'ebbe il privilegio di vedere a Portovenere Lord Byron solo duecento anni fa..
Fonte foto: Cinque Terre, agosto 2008 letiziajp ©

mercoledì, agosto 20, 2008

La Montagna Sacra

"Se non sai renderti conto che dentro l'uomo c'è qualcosa che vuole accettare la sfida di questa montagna e che lo spinge ad affrontarla; che la lotta è la lotta stessa della vita per salire in alto, sempre più in alto, allora non sei in grado di comprendere perché noi andiamo a scalare. Ciò che riceviamo da questa avventura è gioia allo stato puro. E se tu poni la domanda, vuol dire che non puoi capire la risposta."

E' nato Kailash, un blog a me molto caro, che ha l'ambizione di ripercorrere con immagini e scrittura viaggi ai confini del mondo conosciuto, per permettere finalmente anche a chi è rimasto a casa, l'impagabile privilegio di assistere all'ascesa. Buon viaggio...

Fonte foto

giovedì, agosto 07, 2008

Posta celere

Tempo fa aspettavo un pacco. Mi avevano detto che me lo avrebbero mandato, un regalo, un paio di libri. Ma la certezza del suo arrivo non era tanto questa - poteva essere uno scherzo, una di quelle cose che si dicono tanto per dire..- quanto la telefonata di un corriere, che in un italiano strascicato aveva ripetuto più volte "come faccio ad arrivare a casa tua che nella carta non esiste?". Casa mia non esiste...me lo sono sentito ripetere più volte da altri postini come lui, troppo forestieri o forse solo troppo pigri per prendersi la briga di chiedere in giro. Come se per il solo fatto di abitare in piena campagna, in una stradina sterrata senza semafori e linee di demarcazione, sia una scusa sufficiente per spazzarmi via dall'elenco telefonico. Mi prese un'impazienza improvvisa quel giorno, un bisogno urgente di ricevere quel pacco che all'improvviso si materializzava nel mio immaginario come qualcosa di vivo e reale, in attesa di giungere finalmente a casa. Fu solo quando attaccai di malomodo la cornetta del telefono che mi resi conto di non aver dato al corriere nessuna indicazione, niente di niente, neanche il tempo di chiedergli dove recuperare il mio pacco se alla fine si fosse arreso di cercare in aperta campagna una casa senza campanello e senza nome. Panico. So di avere un dono in viaggio per me, dal contenuto imprecisato - libri? lettere? - e lo vedo allontanarsi poco a poco nella nebbia fitta delle missive perdute. Cosa succede quando un pacco non trova il suo destinatario? Torna indientro al mittente, continua a vagare per l'Italia, sballonzolato tra treni troppo lenti e mani appiccicose, finchè qualcuno non si stanca di timbrare e bollare e lui diventa improvvisamente.....orfano? Sono passati tre giorni da quella telefonata, tre interminabili giorni di trepida attesa, di sbirciate al portone, di orecchie tese, finchè non è arrivato stropicciato e lucido, oscillando come una foglia tra le mani scure di mio padre.E' stato proprio in quel momento, quando di colpo mi si è materializzato davanti, piccolo e malconcio, che mi sono resa conto che non era lui che aspettavo e forse neanche il suo contenuto. Quel pacco portava con sè l'aspettativa di un impercettibile cambiamento nello scorrere lento e regolare delle mie giornate. Alla fine non importava cosa avrei trovato dentro, passiamo la vita ad ordinare certezze come fili di panni, come filari di pini, perchè il solo fatto di tendere quei fili ci rende più sopportabile l'incertezza dell'orizzonte. E non ci rendiamo conto che l'unica cosa che ci mantiene vivi, giovani, forti, sono i piccoli eventi quotidiani che ci fanno deragliare dal binario preciso in cui abbiamo incamminato la nostra esistenza. Ecco perchè mi piaceva cosi tanto ricevere lettere. Trovarle infilate nella buca mi dava l'impressione che non tutto dipendeva da me, che non tutto era già scritto e deciso. Questo mi ha fatto venire in mente quel piccolo pacco ocra che ora ho davanti agli occhi, senza nessuna fretta di aprire.

venerdì, luglio 25, 2008

Gastroturbamenti

Secondo le ultime statistiche sono dodici milioni gli italiani affetti da gastrite. Quali sono le cause? Se si esclude la recentissima scoperta del minuscolo e insidiosissimo batterio dell' Helicobacter pyilori (ormai presente nella maggior parte dei casi), il resto dei motivi possono essere in larga parte ricondotti allo.....stress. Leggo: "Lo stress può provocare un’eccessiva secrezione di acidi da parte dello stomaco, e quindi anch'esso rientra tra le cause che provocano la gastrite". Mi ci vedo, proprio qui, ai confini di una eccessiva secrezione di acidi, colpevole di una settimana piegata in due a guardare il mondo da sotto in su. Mai succeso prima, forse non è neanche un caso che la botta sia arrivata allo scadere dei fatidici trenta, gli anni, si sa, chiedono sempre il conto per poter passare...Ho avuto tempo per riflettere in quella infernale settimana, mentre la mente vagava alla disperata ricerca di quel punto esatto un pò più in su dell'ombelico, alla ricerca dell'origine del dolore. Dicono che utilizziamo soltanto una piccola percentuale del nostro cervello, io ho provato - senza successo - di svegliare il restante 90% nella speranza che ricordasse come si fa ad annullare il dolore, semplicemente annullando il pensiero del dolore. In fondo è ironico, siamo esseri intelligenti ma di fronte a condizioni di eccessivo stress è sempre il nostro corpo, quasi mai la mente, a imporre un cambio di marcia. O di direzione.
Viviamo circondati di sostanze immateriali che ci sembrano fondamentali - questioni di lavoro, rapporti tra persone, legami di dipendenza - e non siamo capaci di un atto tanto banale come controllare il nostro dolore. Che esseri stupidi che siamo in fondo, nel senso etimologico del termine ereditato dal latino: stupidus, derivazione di stupere (stupire). Presi dunque dallo stupore, attoniti, sbalorditi da questo nostro motore interiore che ci fa affliggere per le cose più banali del mondo: il lavoro, la famiglia, le preoccupazioni quotidiane. Cose fondamentali per il nostro benessere e che per questo dovremmo prendere più alla leggera. Per viverle bene, fino in fondo, sapendo ridere di noi stessi per la natura stessa della nostra caducità. Non possiamo controllare il nostro corpo, come possiamo pensare di influire anche solo minimamente sul corso dell'esistenza (soprattutto quando include l'esistenza degli altri)? Un lungo respiro, due pasticche chimicissime e la gastrite è scomparsa, sono di nuovo in forma. Di lei è rimasta però l'ombra che lasciano le cose incompiute: la mia purificazione interiore inizia proprio là dove l'avevo lasciata. Da domani sono in ferie e mi aspetta un lungo, solitario, viaggio in treno. Con Ben Harper nelle orecchie, che ieri sera all'arena di Villafranca di Verona mi ha di nuovo regalato il momento magico vissuto due anni fa - non sospetta neanche, lui, quanto sia stato importate. Non si possono vivere gli stessi istanti due volte, ma le suggestioni che lasciano sono come scie di ricordi perduti. Quando li ritrovi è come ritrovare una parte di te che pensavi ormai estinta. Invece non si perde mai niente, è sempre tutto lì, dentro di noi. Se non ci facciamo inquinare dall'eccesso di succhi gastrici prodotti dal nostro cervello, ci ricorderemo che in fondo possiamo cambiare il mondo, soltanto con l'aiuto delle nostre due mani.

lunedì, luglio 21, 2008

Dice il mio oroscopo....

"la fantasia, che vi porta lontano da voi, quasi fuori dal corpo, non è fuga malinconica dal mondo, ma stile personalissimo di attraversarlo."

Posso tranquillizzarmi, almeno per il mese di agosto.,..

giovedì, luglio 17, 2008

Pasta, pizza e...?

"Capitale sociale, ambiente, qualità della vita, senso della bellezza, storia. Tutto questo compone una miscela di fattori materiali e immateriali in grado di creare un modello di sviluppo specifico, con una dimensione di ricchezza che non si limita alle cifre puramente economiche" (Paolo Bricco, Più qualità nella crescita", Sole24Ore 17/06/2008)

Per Emerte Realacci, recensito da Paolo Bricco, la qualità è un valore che le statistiche internazionali sottovalutano e che invece costituirebbe quel plus che ci permetterebbe di conquistare nuove fette di mercato, a discapito delle più pessimistiche previsioni di una crescita allo 0,4% e statistiche mondiali che ci vogliono impietosamente sempre tra gli ultimi della classe. Ma in fondo, basterà mettere un marchio Made In Italy - nuovo di zecca, luccicante e innovativo - appiccicato sopra la solita "pasta piazza e mandolino", per vederci di colpo schizzare in alto nelle classifiche che tengono conto della qualità? Ho come l'impressione che del marchio abbiamo già abusato, forse ci vuole una cultura diversa anche nel saper fare... e che questo non possa prescindere dall'innovazione, prima di tutto innovando nel modo in cui ci vedono gli altri, fuori da questo caro, vecchio, sclerotico stivale. Del resto conta molto "come ci vedono gli altri", molto di più di come siamo realmente. In fondo è proprio questo che voleva dire Realacci ma, volendo banalizzare, le conclusioni a cui arriva sono per certi versi italianissime: certo abbiamo i nostri limiti (il Sud?) ma per la maggior parte delle cose sono loro ad aver sbagliato indicatori, per questo dalle statistiche risultiamo appiattiti...manca la dimensione qualitative della nostra bravura! Invece io credo che al di là del contenuto (...senso della bellezza, storia...) è la forma in cui viene presentato a fare la differenza, almeno in un mondo che vive di "breve periodo". E ainoi, nonostante il nostro didentro amalgami egregiamente le vicissitudini più o meno gloriose di grandi uomini, riusciamo sempre a presentarci all'esterno con un certo fragoroso baccano. Forse è quel nostro assiduo gesticolare che alla lunga ci frega, gli altri restano a guardarci a bocca aperta, ma non sai mai fino in fondo quanto riescano a capire....

mercoledì, luglio 16, 2008

Piccoli campioni d'Europa

Da Bruxelles arriva un importante riconoscimento del ruolo attivo delle banche di credito cooperativo nel favorire l'inclusione finanziaria in Europa, grazie alla solida relazione con i loro soci, clienti e comunità locali. Questa certezza è uno dei segnali più significativi emersi dal rapporto finale della Commissione Europea sulla “fornitura di servizi finanziari e prevenzione dell’esclusione finanziaria” presentato a maggio a Bruxelles. Nel rapporto le banche di credito cooperativo sono definite “organizzazioni commerciali con orientamento sociale”. In effetti, la struttura societaria delle banche di credito cooperativo definisce una mission orientata alla massimizzazione del valore per i propri soci, con numerosi esempi di iniziative attivate per contrastare l’esclusione sociale: dallo sviluppo di nuovi prodotti e servizi alla creazione di partnership per diffondere l’educazione finanziaria tra i soci. Inoltre, grazie all’appartenenza alla solida struttura a network decentralizzata, le banche di credito cooperativo riescono ad offrire servizi anche nelle aree più remote, permettendo una copertura bancaria estesa a tutti, anche al di fuori delle zone urbane. A livello Europeo le banche di credito cooperativo sono rappresentante dall’EACB (European Association of Co-operative banks). Fondata nel 1970, l’organizzazione promuove la cooperazione tra i soci e rappresenta il settore sia di fronte alle Istituzioni Comunitarie che presso la Banca Centrale Europea. Le banche di credito cooperativo a livello europeo rappresentano 47 milioni di soci, danno lavoro a 730.000 persone e hanno in media una quota di mercato del 20%.
La presa di coscienza della Commissione Europea è tanto più significativa se si considera che il modello della cooperazione di credito è stato a lungo assente dalla letteratura scientifica in materia: soltanto l'1% della ricerca economica in Europa è dedicata alle banche cooperative, nonostante rivestano un ruolo chiave nei sistemi bancari e finanziari europei.
Al proposito, la EACB ha recentemente creato un think thank europeo sul credito cooperativo, con sede a Bruxelles, che avrà lo scopo di raccogliere il materiale esistente sul tema e distribuirlo al più vasto pubblico. Nel medio periodo, l'obiettivo sarà anche quello di produrre nuove ricerche che vadano a colmare le lacune oggi esistenti e forniscano degli input rigorosi alle Istituzioni Europee e alle Organizzazioni Internazionali in sede di produzione normativa.

lunedì, luglio 14, 2008

Violazione dell'integrità, l'amore

Ho cercato a lungo una definizione consona, tra le pieghe dei pensieri altrui, le parole di qualche canzone illuminata, la penna audace di un temerario scrittore. E poi, rileggendo un po' stranita un po' nauseata le frasi sottolineate a matita nei libri della mia adolescenza, mi sono arresa all'idea che una definizione non esista se non nel momento storico in cui la vivi, una storia d'amore.
Poi l'altro giorno, nei miei ormai routinari passaggi Brescia-Milano e viceversa, mi sono imbattuta in una copia di un giornale già letto, abbandonata tra i sedili di un vuotissimo Eurostar. L'ho sfogliata lentamente, più per noia che per reale vivacità letteraria e mi sono imbattuta in qualcosa di illuminante, una di quelle cose che prima di averle incontrate non c'erano in te e quindi, in fondo, porti a casa qualcosa di nuovo.
Era Umberto Galimberti, che rispondeva al solito lettore avanguardista, che disilluso e civilizzato diceva di non credere più alla sostanza spirituale di "innamoramento, amore, matrimonio e le varie forme di consolidamento dei rapporti di coppia". E Galimberti, con poche righe audaci, sentite cosa gli risponde: " Una sorta di rottura da sé perché l'altro lo attraversi. Questo è l'amore. Non una ricerca di sé ma dell'altro, che sia in grado, naturalmente a nostro rischio, di spezzare la nostra autonomia, di alterare la nostra identità, squilibrandola nelle sue difese. L'altro infatti, se non passa vicino a me come noi passiamo vicino ai muri,mi altera. e senza questa alterazione che mi spezza, mi incrina, mi espone, come posso essere attraversato dall'altro, che è poi il solo che possa consentirmi di essere, oltre a me stesso, altro da me? L'amore non è la ricerca della propria segreta soggettività, che non si riesce a reperire nel vivere sociale. Amore è piuttosto l'espropriazione della soggettività...per questo amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l'anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazione di intenzioni un tempo congiunte, tradimento di promesse mancate, naufragio di sogni svelati. Amore è violazione dell'integrità degli individui. La sola cosa capace di aprirci all'altro."

lunedì, giugno 23, 2008

Un racconto detto da un idiota, la vita...

All'inizio sembra Dilsey - la governante nera dei Compson, sudisti, in un'America dove ha ancora senso la distinzione tra nord e sud - sembra lei il punto di riferimento di questa famiglia perduta, il filo spesso che tesse tutte le loro storie (dei figli, dei padri) cercando di tenerle unite. Sembra lei, la roccia che non crolla. L'unica che salvando se stessa salva la speranza che nella vita esista ancora un senso. Ma proprio alla fine Dilsey dimentica, sceglie di dimenticare, negando di riconoscere tra le pieghe di una fotografia sgualcita, lo sguardo bellissimo e dannato della sua Caddy. Solo in quel momento l'ultima trama che teneva unita la famiglia Compson si spezza, solo allora Caddy è perduta per sempre.
Mi sono chiesta, allora non c'è salvezza? Anche Faulkner - come il dannato Macbeth shakespeariano citato nel titolo - crede davvero che la vita sia un racconto di un idiota "pieno di urlo e furore, che non significa nulla"? E invece no, esiste un punto di equilibrio, il meno evidente, il meno salvifico: è Benji, l'idiota, il figlio sordomuto, vergogna e pentimento della madre ipocondriaca dei Compson. E' lui l'acqua che redime, lui con il suo ossessivo mugolio, lui che non ha coscienza di esistere eppure trova la felicità in piccolissime certezze: la fiamma del fuoco, lo stelo di un fiore, il campo venduto per Harvard e Quentin, tutto ciò che è rotondo, la ciabatta consunta che odora di Caddy. Lui che non vive eppure è il più vivo di tutti, l'unico in grado di sopravvivere alla perdizione perché non sa di essere, in quel suo tempo che è solo lunghissimo presente. Benji racchiude il dramma di una famiglia americana di inizio '900, che come tutte le famiglie ai margini di quel terribile 1929, perse molto più che benessere economico: la fine del sogno americano del "tutto possibile", l'incredulo stupore di un impensabile fallimento.
Quindi l'Uomo, in Faulkner, si salva o si perde? In fondo l'autore stesso uscirà dalla vita distrutto dall'alcool, in cura da uno psichiatra, in preda ad attacchi di amnesia. Il messaggio è ambiguo ma forse....L'Urlo e il Furore è un libro complesso, sinfonico più che narrato, nell'intreccio musicale di quei flussi di coscienza ripresi dall'amico Joyce. Un libro che parla prima di tutto del suo autore, un uomo che come tanti ha avuto in dono una capacità durissima: la dannazione di chiedersi sempre il perché delle cose e saper leggere nell'esistenza tutte le risposte - perché se non per questo finiscono tutti cosi, schiacciati da se stessi?.
Se Faulkner, che ha dedicato tutta la sua vita a ricercare il senso della vita, riesce ad affermare che "lo scrittore deve avere fede nel destino dell'umanità", deve aver trovato, nella sua ricerca, le giuste risposte. In fondo, della vita è proprio questo che conta: fino in fondo, averla vissuta.

giovedì, giugno 19, 2008

La vetta vista da qui

La salita del Denali parte da Talkeetna, cui si arriva in macchina da Anchorage. Qui sulle targhe delle auto c’e’ scritto: Alaska –The Last Frontier- ed e’ proprio questa l’impressione che si ha giunti a Talkeetna. I tre giorni che servono per arrivare al campo 3, ci fanno capire subito che tipo di esperienza abbiamo iniziato, che tipo di viaggio, anche mentale, ci troveremo ad affrontare per i prossimo 14 giorni. Tirare con gli sci una slitta pesantissima su sterminate distese di ghiaccio, per poi arrivare, dopo 4 o 5 ore, in prossimita’ della zona dove scavare una buca nella neve, per piantare la tenda protetta dal vento gelido della notte artica, e poi iniziare a sciogliere neve per procurarsi acqua da bere e per cucinare, ti fa capire subito quanto si e’ lontano dalle abitudini di casa, dove basta aprire un rubinetto per avere tutta l’acqua che si vuole, calda e fredda. I 4.400 m del campo 4, sono il punto in cui ci si ferma piu’ a lungo, tanto che ad un certo punto, questo luogo sembra trasformarsi nella nostra “casa”, soprattutto se, come nel nostro caso, il brutto tempo e la neve costringono a passare fermi in questo punto cinque giorni in attesa che il tempo migliori. Con il passare dei giorni si inizia a fare amicizia con le altre persone che, come noi, sono ferme qui in attesa di un miglioramento del tempo, persone che hanno condiviso con noi questa prima parte del percorso, e che condividono con noi il sogno di raggiungere la vetta. Ognuno segue la propria strada, la propria strategia di salita, ma per tutti l’incognita principale e’ il tempo, cosi’, quando ci si incontra nel campo, l’argomento di discussione è sempre lo stesso: quando migliorerà il tempo? C’e’ chi, in contatto satellitare con chissa’ chi, si fa mandare previsioni meteorologiche che immancabilmente vengono smentite, c’è chi si affida a strane conoscenze scientifiche acquisite sui libri, ma l’unica cosa certa e’ che in questo posto, prevedere il tempo che fara’ e’ impossibile. L’unico modo e’ alzarsi la mattina, uscire con la testa dalla tenda e sperare che se il tempo e’ bello rimanga tale, se invece e’ brutto migliori, permettendoti di fare quello per cui sei venuto fino a qui. Dopo 5 giorni di attesa, decidiamo che è venuto il nostro momento. I giorni a nostra disposizione stavano per finire, ma soprattutto lo stare fermi, l’impossibilità di agire e la vita entro le ridotte dimensioni di una tenda di 3 m X 2 m, stavano pesando piu’ che sul nostro fisico, sulla nostra mente. possiamo affrontare la lunga cresta di roccia e neve che porta al campo 5 (High Camp), posto proprio sotto la cima del Denali, a 5.300 m. Montata la tenda il tempo sembra migliorare, e progressivamente questo posto, da cupo e tetro come appare avvolto dalle nuvole, si rivela come una sorta di paradiso, quando le nuvole rimangono sotto di te a formare un tappeto soffice, e lo sguardo puo’ perdersi nell’orizzonte infinito che l’alta quota puo’ permetterti di ammirare. A questa altezza il respiro rimane sempre affannoso, ed ogni movimento deve essere lento e ragionato. Se provi anche solo un attimo a mantenere il ritmo frenetico che si ha a casa, la testa inizia a pulsare, riportandoti ad una lentezza che ti permette di contemplare la magnificenza di quanto ti sta attorno. Visto l’accenno di miglioramento del tempo, decidiamo che domani sara’ il nostro giorno per tentare di raggiungere la vetta, avremo solo quello a disposizione, e cercheremo di fare di tutto per vincere la nostra sfida. La notte al campo alto trascorre lenta, si dorme poco (un po’ per la quota ed un po’ perche’ a queste latitudini, in questo periodo, il sole non tramonta mai) e fa molto freddo, e quando decidiamo che e’ ora di fare colazione e poi partire, ci accorgiamo che l’interno della tenda e’ completamente rivestito di ghiaccio, come ghiaccio si e’ formato sulla parte esterna dei nostri sacchi a pelo. Usciti dalla tenda ci accorgiamo subito che la giornata non e’ delle migliori. Alcune nuvole si stanno addensando sulla cima, ed il vento inizia a rinforzare. quando sbuchiamo in prossimita’ del Denali Pass a 5.700 m, il vento e’ talmente forte che quasi non ci permette di rimanere in piedi, e si porta appresso anche un gelo che ti entra subito nelle ossa. Cerchiamo di procedere per vedere se la situazione accenna a migliorare, ma oltre al vento ed al freddo, dalle nuvole che progressivamente ci hanno circondato, inizia a nevicare. A questo punto basta uno sguardo tra di noi per prendere la decisione che non avremmo mai voluto prendere…: si torna indietro, il nostro tentativo di salire ai 6.194 m della vetta del Denali, si ferma a circa 5.700 m, ad un soffio dalla vetta. Mentre torniamo verso il campo alto, le condizioni peggiorano ulteriormente, la nevicata si fa piu’ intensa, e questo in parte ci rincuora sul fatto che la decisione presa sia stata qualla giusta. Questa volta ha vinto la Montagna, che si e’ presa anche la liberta’ di beffarci, dandoci, il giorno dopo la nostra partenza una giornata splendida di sole, senza vento ed ideale per salire sulla vetta, come poche se ne vedono da queste parti…...ma noi, ormai, stavamo gia scendendo, un po’ abbattuti, ma in fondo consapevoli di aver fatto una, per noi, grandissima esperienza, dove siamo usciti solo in parte sconfitti da una Montagna che si e’ rivelata essere al tempo stesso immensa e splendida, ma anche in certi casi terribile e temibile. Noi siamo in ogni caso orgogliosi di quanto abbiamo fatto, e se non possiamo certo consigliare questo tipo di viaggio ad altri, quello che possiamo proporre e’ di cercare dentro se stessi la propria “Last Frontier” come abbiamo fatto noi, e di impegnarsi per raggiungerla, per quanto possibile ed indipendentemente dalla componente avventurosa o estrema che questa richieda. Spesso è più vicino e raggiungibile di quanto immaginiamo.

Foto e testo: Ivan & Gigi - Denali National Park, maggio-giugno 2008 ©

martedì, maggio 27, 2008

Capitale giovane under 35

E' uscito il rapporto del Cerved sull' imprenditoria giovanile nell'industria. Non ho ben capito se si tratti di dati incoraggianti, ma una cosa pare tuttavia certa: nel sottobosco mediatico dei bamboccioni, raccomandati, sbandati e figli-di-papà emerge chiaro il segno di un'Italia under 35 che si vuole combattiva, pronta a lanciarsi - con più successo di quanto si pensi - nei mari gonfi dell'economia mondiale. Si sente molto - troppo - parlare di un PIL in frenata, di competizione cinese e smarrimento imprenditoriale. Ma di fatto poco o nulla si dice in Italia delle imprese create dai giovani. Eppure ci sono, sono in crescita costante, nel segno del made-in-Italy ma non solo: sono sempre di più i giovani imprenditori stranieri residenti nel nostro paese. Il Cerved in questo senso viene a colmare una lacuna, mostrando il lato buono del vecchio stivale. Quello che si rifiuta di pensare che un piccolo PIL equivalga solo ad enormi preoccupazioni. Quello che ci spinge ad abbassare lo sguardo, a guardare la realtà da vicino e convincerci che ovunque si lasci spazio a creatività e fiducia ci sono possibilità di crescita e futuro. Anche su barchette modeste, ma dall'alto potenziale di navigazione in alto mare. Lo dimostrano i dati, anche al Sud, dove nascono cronicamente poche imprese ma tra queste vi è un contributo dei giovani maggiore che nel resto d'Italia. E allora perché non accompagnarli questi giovani? Invece che con spintarelle e balzani sgravi fiscali basterebbero passetti semplici, quasi ovvi. Tipo maggiore accesso al credito, che permetta non solo un efficace start-up - sarebbe già molto...- ma anche un potenziamento del capitale quando arriva il momento di fare il salto, di dimensione e di qualità. Tipo l'offerta di strumenti effettivi che spingano ad investire nelle aziende più virtuose, non solo da parte delle banche (venture capital, business angels...già il fatto che siano in inglese disincentiva a partecipare?) . Sembra che le banche italiane in quanto a innovazione nel settore rimangano stitiche, ancora poco propense a credere nei giovani e nelle buone idee. Avessero avuto la stessa prudenza nell'avvicinarsi - e far avvicinare ...- ai fatidici strumenti di finanza creativa, pane quotidiano dei nostri giorni....ma questa è un'altra storia. O no?

Per approfondire: Cerved BI e Sole 24 Ore
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venerdì, maggio 23, 2008

Il cuore sul Denali

In passato hanno compiuto imprese scalando varie vette in tutto il mondo: Imsa Tse (Nepal) - 6.189 m, Elibrus (Caucaso Russo) - 5.642 m, Licancabur (Cile/Bolivia) - 5.920 m, Aconcagua (Argentina) - 6.961 m, Kilimangiaro (Tanzania) - 5.895 m.
Quest'anno hanno scelto il Mount McKinley in Alaska, conosciuto anche come Monte Denali alto 6.194 m. Il McKinley è la montagna più alta di tutto il continente nordamericano e, vista la vicinanza con il Polo Nord, è anche uno di luoghi più freddi al mondo, spazzata da venti gelidi che portano la temperatura anche a 35 gradi sotto zero. La fase di acclimatamento prevede numerose salite e ridiscese ai campi alti che si trovano a 5.200 metri. Da lì partiranno, l'ultimo giorno, per la vetta. La discesa sarà affrontata con gli sci. Questo permetterà loro di ridurre i tempi del ritorno alla base della montagna. Tutta l'impresa verrà affrontata in totale autonomia senza l'aiuto di guide o portatori nel pieno rispetto dell'ambiente.
A qualcuno potrà venire in mente chi sono questi pazzi e chi glielo fa fare di passare tre settimane delle loro ferie in uno dei posti più impervi del mondo....io mi sono fatta l'idea che non ci vuole coraggio ma un'immensa passione e che quando guarderanno giù, dopo aver patito e faticato per raggiungere l'ennesimo tetto del mondo, il loro sguardo si poserà lontano e il loro Io per un lunghissimo minuto si sentirà una piccola parte del tutto. E saranno forti e vivi, come non mai.
Potrei invidiarli, ma non lo faccio, perchè quella sensazione che non ho vissuto mi accompagnerà per i prossimi venti giorni, quando anche il mio cuore sarà lassù, con Ivan, sulla cima del Denali.

martedì, maggio 13, 2008

Honduras: ogni tanto se ne sente parlare...

"Chissà come si può fare per accendere un po’ di luce sulla lotta della magistratura dell’Honduras, da 35 giorni in sciopero della fame contro la corruzione nel paese centroamericano. Un paese periferico, completamente fuori dall’interesse dei media, lottando contro un fenomeno considerato normale, ineluttabile, al quale è meglio adeguarsi, "ma tu non tieni famiglia?"
Più di un mese fa hanno cominciato quattro giovani magistrati nel Palazzo legislativo di Tegucigalpa. Oggi hanno l’appoggio di migliaia di persone. Hanno chiesto che il procuratore generale, Leónidas Rosa, e il suo vice, Omar Cerna, fossero rimossi dal loro incarico. Sono i vertici di un potere giudiziario tutt’altro che indipendente e profondamente compenetrato con gli altri poteri, quello legislativo, quello esecutivo e con l’immanente potere economico, quello dei soldi, quello reale che non ha nulla a che vedere con la democrazia. Quei quattro giovani lottavano da anni per capire come si potesse fare giustizia se i vertici della giustizia erano conniventi con il crimine. Finiti tutti i sistemi legali, sentendosi pressocché sconfitti, restava la lotta, ma quella testimoniale dello sciopero della fame, l’ultima risorsa di chi ha capito che nessuno, neanche l’opinione pubblica in quel momento, vuole ascoltare..." (Gennaro Carotenuto, Gli straordinari giovani giudici dell'Honduras) Continua su Giornalismo Partecipativo

Segnalato da: Francesco

giovedì, maggio 08, 2008

Durango: cinema western e revoluciòn

Durango, capitale dell’omonimo stato a nord della Federazione Messicana, è una cittá pulita ed efficiente, lastricata di grandi opere e ambiziosi progetti, che il governo locale ci ha mostrato con orgoglio ripercorrendo con suoni, sapori e suggestioni, il passato glorioso del cinema western e della revolución. Proprio qui, piú di cento anni fa, venne alla luce Doroteo Arango Arambula, un semplice peon, figlio di braccianti da generazioni a servizio dei padroni. Un uomo umile, un analfabeta, che pure ebbe l’intuizione di stringere nelle sue mani le sorti della storia nazionale.
Era il 1910 e dalla sierra di Durango, Doroteo abbandonava per sempre la vecchia pelle, per diventare Pancho Villa, uno dei padri della rivoluzione messicana. L’uomo che insieme ad Emiliano Zapata, fu temuto dai governi non per la sua stazza o per la sua veloce carabina, ma per ciò che rappresentava: i rancheros, i peones, tutti i diseredati del Messico che con lui tornavano a credere in una ribellione possibile. Molte altre lotte sono passate da allora, mentre il Messico si guadagnava poco a poco uno dei posti d’onore tra i moderni paesi emergenti. Con un ritmo di crescita costante, un tasso di inflazione contenuto, accordi commerciali privilegiati e le immense risorse che riceve dai suoi emigrati, il paese oggi può giocare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale. Eppure non tutti i nodi sono stati risolti, permangono ancora contraddizioni, discriminazini, forti ingiustizie sociali. La ricchezza, la forza produttiva ed il potere, continuano ad essere questione di pochi, grandi, padroni e anche qui, in questa terra feconda di petrolio, fagioli e mais, la grande finanza passa al di sopra delle teste della maggior parte della popolazione. Certo, le PMI messicane oggi corrono sull’onda di una congiuntura economica favorevole, ma senza possibilitá di accesso ad un credito onesto e lungimirante, sanno di non poter guardare con fiducia al futuro. Resta in sottofondo una sfumatura di diffidenza, la sensazione che finora lo Stato é stato molto presente, paradossalmente troppo presente, accompagnando con sussidi e donazioni i produttori e le casse rurali, distribuendo con mano generosa gli effimeri frutti del petrolio nazionale. Cosa succederá quando tanta abbondanza avrá fine? I campesinos e i rappresentanti indigeni che abbiamo incontrato non sembrano avere una risposta, concentrano in un sentimento di precarietá e dipendenza le loro reticenze, i loro timori. Eppure, mi chiedo cosa abbia spinto Pancho Villa - un contadino, uno che in fondo era nato nessuno - a lanciarsi nell’impresa di cambiare secoli di stratificazione sociale. Lo hanno descritto come un rivoluzionario con una mentalità da rapinatore di banche, un uomo che non sapeva leggere ma fondò 50 scuole, un violento, un bandolero. Ma in fondo, prima di tutto, Pancho Villa è leggenda, il mito in carne ed ossa di una utopia realizzabile. Nonostante le distese lunari dell’altipiano della sua Durango fossero possenti, giganti, immense, deve aver pensato che anche per uno piccolo come lui ci fosse possibilitá di riscatto. E che per farlo non fosse necessario un esercito, onorificenze o ricchi capitali, ma potessero bastare volontá e coraggio. O il bisogno urgente ed autentico di spingersi oltre le proprie paure.

Foto: Durango, Messico - 3-11 maggio 2008 letiziajp ©

lunedì, aprile 28, 2008

Problemi generici, Soluzioni personalizzate...


Foto: Mercato, Santiago del Estero - Argentina 2008, letiziajp ©